La similitudine ha una ricca tradizione letteraria, che va dalla Bibbia all’Iliade, dall’Eneide all’Inferno dantesco, passando per Mimnermo, Bacchilide, Aristofane e Apollonio Rodio. Non meno insistente è la traccia rimasta nella poesia moderna, dall’inglese Shelley al russo Tjutcev, dal francese Lamartine al tedesco (di Praga) Rilke. A noi, comunque, basta ricordare Soldati, la folgorante quartina di Ungaretti: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie». Cadiamo come loro, non c’è dubbio.

Strano, però, che tanti poeti abbiano colto più la mortalità del foliage, che il suo splendore. Comunque, se dal punto di vista letterario la metamorfosi del fogliame appare sconvolgente, non meno suggestiva risulta la sua spiegazione scientifica.

Per prima cosa bisogna precisare che tale avvenimento riguarda solo le fasce temperate. Manca difatti laddove non esistono una stagionalità ben distinta e boschi di latifoglie spoglianti. Ecco perché, all’equatore o all’estremo nord, questo spettacolo non si ha quasi per nulla o solo in misura ridotta. Noi abbiamo invece la fortuna di assistere a un meccanismo creato in millenni di evoluzione, e teso a proteggere la struttura portante delle piante. Da un punto di vista chimico, insomma, questo strepitoso arcobaleno vegetale non è altro che una “risposta” all’imminente inverno, quando, nel percepire le mutate condizioni ambientali (discesa della temperatura, accorciarsi delle giornate, variare dell’intensità luminosa), le piante cominciano a spogliarsi.