Il distretto tessile di Prato continua a essere protagonista di sfruttamento e irregolarità diffuse. Un sistema che non riguarda solo le manifatture del capoluogo toscano a gestione cinese ma anche le loro committenti italiane, le industrie della moda. Ieri un imprenditore cinese è stato arrestato per avere impiegato 16 lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, che venivano pagati a cottimo tra 40 centesimi e 2 euro per capo confezionato.

GLI OPERAI facevano turni di 16 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. L’azienda era intestata a un prestanome e le forze dell’ordine hanno trovato un dormitorio dentro al capannone che ospitava 14 lavoratori in otto camere con pareti in cartongesso, un solo bagno e condizioni igieniche fatiscenti. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di una lavoratrice aggredita dal datore durante una lite per ottenere il pagamento del salario. Nell’annunciare l’arresto, il procuratore Luca Tescaroli ha sottolineato il merito di una nuova metodologia investigativa finanziata coi fondi europei del progetto “Alt Caporalato”. La strategia, ha detto Tescaroli, si fonda su «un costante monitoraggio e un pedinamento continuativo anche mediante l’installazione di sistemi di videosorveglianza». Tuttavia le risorse e gli agenti rischiano di essere insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno.