Scene novecentesche, ma sempre più contemporanee, quelle che si sono viste nel tardo pomeriggio del 23 giugno a Seano (distretto industriale di Prato), dove centinaia tra imprenditori e dirigenti d’azienda cinesi hanno assaltato un presidio sindacale per poter riprendere possesso del magazzino e della merce presidiata, con violenza nei confronti dei lavoratori, ma anche delle forze dell’ordine. Il bilancio è di tre arresti (non convalidati però dal gip, in direttissima già ieri) per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e cinque agenti feriti con prognosi tra i cinque e i 21 giorni.

Il contesto è quello dell’ennesima azienda che chiude e licenzia gli addetti (100, in questo caso) poco tempo dopo che una parte di essi si era sindacalizzata, facendo aumentare il costo del lavoro a causa dell’uscita dallo stato di illegalità. Ma centinaia di “padroni” che si organizzano via WeChat (il principale social di Pechino) per forzare il picchetto e lavorare al posto degli operai in sciopero non si era mai visto neppure a queste latitudini.

A chiudere infatti non è un’azienda qualunque, ma Acca Srl, a capo di un gruppo a conduzione cinese con ramificazioni in tutta Europa che distribuisce a livello continentale il “pronto moda” prodotto a Prato, i capi Made in Italy (ma lavorati in buona parte da operai stranieri) fatti al momento, sulla base degli ordini, che riempiono gli scaffali del continente. Acca ha alcuni dei suoi dirigenti sotto processo a Prato accusati a vario titolo di sfruttamento del lavoro, oltre che lesioni personali e minacce. Nel 2023 infatti, quando alcuni dipendenti avevano iniziato a sindacalizzarsi, erano stati raggiunti da aggressioni molto violente, anche con mazze.