«Dieci miliardi in dieci anni per 100mila alloggi. Un provvedimento storico, che lascerà il segno anche nelle future generazioni». Questo l’annuncio del governo in calce all’approvazione del disegno di legge “Piano Casa”. Di cosa si tratta, al di là delle roboanti dichiarazioni? Davvero siamo di fronte a una pianificazione che inciderà sul diritto all’abitare che oggi, fra famiglie in difficoltà e famiglie in sofferenza abitativa, riguarda otto milioni di persone?

Niente di tutto questo e vediamo perché. Il piano si articola su tre pilastri. Il primo riguarda l’Edilizia Residenziale Pubblica, per la quale si annuncia la ristrutturazione di 60mila alloggi (ma le cifre stanziate consentiranno a malapena di rimetterne in circolo la metà) e l’alienazione degli stessi, con l’acquisizione da parte degli inquilini che non hanno morosità. Il risultato finale sarà una netta diminuzione del patrimonio pubblico abitativo. Stesso ragionamento per quanto riguarda gli alloggi di Edilizia Residenziale Sociale, per la quale si propone di riqualificare il patrimonio edilizio pubblico esistente per progetti destinati alla fascia “grigia” di popolazione (quella non così povera per accedere all’ERP, ma non così ricca da reggere affitti di mercato), che potrà accedere ad affitti “calmierati” e futura riscossione.