Abitare
Sergio Pasanisi
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Il Piano Casa è realtà: con il voto definitivo del Senato il 1° luglio, il Parlamento ha convertito il D.L. 66/2026: oltre centomila alloggi in dieci anni e fino a dieci miliardi tra fondi pubblici e privati. La prima considerazione, ancor prima dei contenuti tecnici, è politica: dopo tanti anni l’Italia torna finalmente a fare politica per la casa. Una politica abbandonata da quasi trent’anni, da quando — tra il 1996 e il 1998 — venne definitivamente soppresso il prelievo Gescal, chiudendo la stagione dello sviluppo residenziale fondato sui tre pilastri dell’Edilizia Residenziale Pubblica: l’edilizia sovvenzionata (le case popolari), l’edilizia convenzionata (le case private a prezzo convenzionato) e l’edilizia agevolata (le cooperative di abitazione).
Quel sistema morì a favore di un regionalismo sostanzialmente fallito: le Regioni si sono dimostrate incapaci di rispondere a una domanda che, malgrado la bassa crescita demografica, resta strutturalmente forte, specie nelle grandi città. Rifare politica per la casa è una buona notizia. Sul come si può discutere, ma i tre pilastri del Piano richiamano l’architettura della vecchia politica abitativa realizzata con i fondi Gescal e con una legge che rivoluzionò l’Italia: la 167 del 1962. Varata dai governi di centrosinistra per favorire l’accesso all’abitazione di tantissime famiglie italiane. Con la 167 e i Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, i PEEP, nel corso degli anni furono costruite centinaia di migliaia di nuove abitazioni.













