Il Piano casa del Governo sta per essere convertito in legge definitivamente. Un decreto legge che di necessità e urgenza non aveva nulla. A quale urgenza può risponder un intervento di respiro decennale e i cui frutti, amari, vedremo forse tra qualche anno?
Una modalità di discussione imposta dal Governo Meloni/Salvini che, in quanto decreto legge, ha obbligato il Parlamento ad essere un mero ratificatore. Eppure la questione abitativa nel nostro Paese ha assunto anche toni drammatici. Così come la povertà assoluta e quella relativa hanno continuato a mordere le famiglie di lavoratori, i pensionati e i giovani.
Il fatto è che il governo non ha inteso fare un Piano casa che rispondesse al fabbisogno ma ha voluto cementificare (per dire) una rinnovata intesa per un nuovo sacco edilizio nelle città. Un sacco edilizio fondato su parole accattivanti quali “consumo di suolo zero” e “prezzi accessibili/sostenibili” ma che in realtà pongono nelle mani della finanza immobiliare nazionale e internazionale (statunitense e araba) immobili pubblici da “valorizzare”, semplificazioni, aumenti di cubature, in cambio di prezzi di locazione e vendita dicono “accessibili/sostenibili”, parola che possono dire tutto ma anche niente.







