«Dottore, non mi mandi più in ospedale, la prego». Luisa ha 26 anni, è ammalata di fibrosi cistica, con infezioni respiratorie ricorrenti e problemi gastrointestinali, ha bisogno di antibiotici da fare in endovena, e fisioterapia respiratoria. Parla con gli occhi, e la sua più che una preghiera è una supplica. «Davvero vorresti fare tutto a casa? Mi sembra un po’ difficile — le dice il medico — ma ci pensiamo». Per un mese non succede niente, poi la casa di Luisa si trasforma in un piccolo ospedale: il dottore ci va tutti i giorni sulle prime, poi una volta ogni tanto per l’ecografia dei polmoni e del fegato; per il resto ci sono gli infermieri «di famiglia e di comunità». Aerosol e tamponi li fanno in cucina, prelievi e terapia endovenosa in salotto, fisioterapia in camera da letto, e lì c’è anche l’ossigeno se serve. E per i parametri vitali Luisa fa da sola, col telefonino, li manda al medico e lui, di volta in volta, aggiusta la terapia.
«In Ospedale le infermiere sono gentili — racconta a chi la va a trovare — ma ti svegliano alle sei del mattino, a volte nel bel mezzo di un sogno: è l’ora del termometro; ma io la febbre non ce l’ho, non in questi giorni per lo meno. E poi, vuoi mettere, a casa, senza quell’infernale rumore di carrelli che vanno e vengono, i campanelli che suonano giorno e notte, il rumore dei sensori che scandiscono le goccioline delle flebo (e di notte senti anche quelle delle camere accanto); e poi le porte che si aprono e si chiudono, la vicina di letto che vuole Netflix fino alle due di notte e poi si addormenta con la televisione accesa». Oggi invece Luisa può girare per casa, preparare da mangiare, ogni tanto mette dei fiori in un vaso, fa un giro in giardino, e soprattutto studia (sta per laurearsi, in medicina, fra l’altro). Passano tre anni così, e poi, un bel momento, l’ospedale serve davvero. È arrivato il trapianto finalmente, di due polmoni, qualcosa che una volta si faceva solo in pochi centri estremamente specializzati; è una cosa complicata anche oggi, ma alla portata di molti. È andato tutto per il meglio, Luisa adesso respira, nel vero senso della parola, torna a una vita normale: un impiego, una famiglia, come in un sogno. In ospedale non ci tornerà più, i controlli glieli continueranno a fare a casa.








