Trump ha sbagliato ogni mossa nella partita con l’Iran. È il più grande fallimento della sua amministrazione». Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, affida a L’Espresso una lettura durissima dell’intesa annunciata dal presidente Usa con Teheran. L’aveva presentata, nel giorno del suo compleanno, come un accordo ormai a un passo dalla chiusura. La roadmap, però, concede ora alle due parti sessanta giorni per trasformare quell’annuncio in un risultato concreto. «Potrebbero diventare novanta, perfino un anno», avverte l’analista.Bremmer, Donald Trump ha passato anni ad accusare Obama di trattare con l’Iran. Ora al tavolo c’è lui e molti, anche a destra, temono che stia cedendo troppo. Il risultato rischia di essere peggiore del punto di partenza?«Gli Stati Uniti stavano esaurendo petrolio e intercettori. Trump lo ha detto chiaramente: se il blocco fosse rimasto in vigore ancora per qualche settimana, avrebbe scatenato una catastrofe economica. Ha dovuto accettare un accordo molto più debole per Washington: riaprire lo Stretto, pagare gli iraniani e porre fine alla guerra senza aver raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. Non sul nucleare, non sul cambio di regime, non sui missili balistici, non sul sostegno ai proxy. Ha alzato i toni, si aspettava la capitolazione degli iraniani e si è sbagliato. È lo stesso schema visto con la Cina: ha cercato di piegare Pechino con i dazi, ha fallito, i cinesi hanno risposto duramente e lui ha fatto marcia indietro».Se durante il primo mandato non avesse annullato l’accordo del 2015, dove saremmo oggi?«Sarebbe stato meglio se non fosse mai uscito dal Jcpoa (Joint comprehensive plan of action) che certo, non era molto forte. Aveva bisogno di essere rinegoziato, gli iraniani avrebbero spinto per ottenere più soldi, non copriva i missili balistici – che Teheran stava sviluppando con una gittata più ampia di quanto gli americani pensassero – né il sostegno al terrorismo e ai proxy nella regione. Eppure, avere un accordo accettato dagli europei e dai russi, con ispezioni e limiti all’uranio arricchito, sarebbe stato comunque meglio».JD Vance dice che le trattative in corso potrebbero cambiare le relazioni in Medio Oriente per sempre.«Forse non nel modo che si aspetta. Gli iraniani avranno più leva e gli Stati Uniti saranno più cauti prima di attaccare direttamente l’Iran, sapendo che Teheran può interrompere il traffico nello Stretto e colpire gli Stati del Golfo. C’è poi una divisione crescente tra un blocco islamico guidato dall’Arabia Saudita, con Pakistan, Turchia ed Egitto, e un blocco abramitico guidato dagli Emirati e da Israele. Le relazioni in Medio Oriente saranno molto diverse da prima, ma non necessariamente a vantaggio dell’America. Non si tratta di espandere gli Accordi di Abramo, ma di due Golfi diversi, uno con una strategia regionale musulmana guidata dai sauditi, l’altro con una strategia globale guidata da Emirati e Israele».Hormuz è ormai l’arma negoziale permanente di Teheran.«Sì e no. Oggi l’Iran ha una leva che prima non aveva e può farsi pagare. Ma una volta usata, perde efficacia: i Paesi della regione e del mondo capiscono che è inaccettabile dipendere da uno Stretto che l’Iran può bloccare. Questo spingerà gli Emirati e altri Paesi a costruire nuovi oleodotti e infrastrutture alternative. E il resto del mondo ad accelerare su altre fonti di energia: batterie, veicoli elettrici, solare, eolico e carbone».Vance era scettico sulla guerra. Perché la Casa Bianca ha affidato a lui i negoziati e non a Marco Rubio che era d’accordo sin dall’inizio?«Il segretario di Stato si è tenuto lontano dal dossier mediorientale, concentrandosi piuttosto su Venezuela, Cuba e sull’emisfero occidentale. Su Israele e Libano, le trattative restano nelle mani di Jared Kushner e Steve Witkoff. Lo stesso vicepresidente ha detto che sono loro ad avere i dettagli. Lui voleva chiudere la guerra in Iran. Trump, di fatto, gli sta dicendo: occupatene tu. Se funziona, il merito sarà mio; se fallisce, la colpa sarà tua. Per Vance c’è poi una logica politica: prendere una certa distanza dalla linea più filo-israeliana. Il futuro del mondo Maga sarà probabilmente meno vicino a Israele».Gli attacchi di Netanyahu in Libano stavano per far saltare il banco. Perché un alleato così stretto spesso sembra remare contro?«Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra insieme, l’operazione era coordinata. Ma il memorandum per porre fine al conflitto è stato negoziato dai soli americani. Include anche la fine della guerra in Libano, che gli Stati Uniti non stanno combattendo e sulla quale non hanno giurisdizione. Per Israele, l’Iran è la priorità politica. Per gli Usa, una volta chiusa la guerra, si può voltare pagina e concentrarsi su Cuba, Venezuela ed elezioni di metà mandato. Non sto dicendo che la prospettiva israeliana sia quella giusta, ma che è diversa e non dovremmo sorprendercene».Quanto è pericoloso abituarsi al linguaggio estremo di Trump, quando minaccia un Paese o umilia un alleato come Giorgia Meloni?«Più il presidente si comporta così, meno è credibile. Gli iraniani oggi lo prendono molto meno sul serio. Ha detto più volte che li avrebbe distrutti e ogni volta ha fatto marcia indietro. Ha detto cose irrispettose verso molti alleati. Il caso Meloni è significativo, perché era stata l’unica leader europea presente alla sua seconda inaugurazione, eppure gli ha risposto in modo duro. Oggi la popolarità di Trump in Italia è a una sola cifra. È bassa anche negli Stati Uniti, perderà le elezioni di metà mandato e lascerà l’incarico nel 2028. Molti leader iniziano a vederlo come un presidente fallito, un’anatra zoppa. E guardano già a chi verrà dopo di lui».
Ian Bremmer: “Trump Ha fallito e ceduto all’Iran. Al midterm perderà” - L'intervista
Parla l’analista che spiega: “Maga meno vicini a Israele. Hormuz è un’arma che una volta usata perde efficacia”











