Piuttosto che puntare a essere gradevoli, etici e competenti – e a risultare affidabili agli occhi degli altri, specie dei collaboratori –, molti leader vedono l’autenticità come un obiettivo in sé, quasi fosse la chiave del loro successo. Tuttavia, un’eccessiva attenzione all’autenticità – in questo caso, un’adesione troppo rigorosa allo slogan secondo cui «basta essere sé stessi» – favorisce una mentalità narcisistica non compatibile con un esercizio efficace della leadership. Sarebbe più utile, invece, sviluppare un orientamento verso gli altri, cercando di capire come pensano e che cosa provano, così da favorire la collaborazione. Questo richiede però di manifestare integrità, coscienziosità, altruismo e intenzioni prosociali (qualità che raramente emergono quando si smette di dare peso al giudizio altrui). È piuttosto semplice, in fondo: più i leader si concentrano su sé stessi, meno si concentreranno sugli altri (o si cureranno di loro).

Va detto che, ovviamente, non tutti i leader che decidono di essere sé stessi o di dare libero sfogo al proprio «vero io» sono narcisisti, e che molti di loro non presentano le caratteristiche tipiche di una personalità tossica o parassitaria. Rimane tuttavia il fatto che esistono quasi sempre dei compromessi tra l’impulso a esprimere un io non filtrato e disinibito e le esigenze di base della professionalità.