Nel suo saggio “Non essere te stesso! Perché l’autenticità è sovrastimata (e cosa fare invece)” (Egea), lo psicologo americano Tomas Chamorro-Premuzic mette in discussione il culto contemporaneo dell’autenticità. Ovvero, quella “bussola morale” che promette di guidarci verso una vita più sana, felice e realizzata potrebbe non essere il consiglio più utile per crescere e realizzarci. Secondo l’autore, docente di Business Psychology alla University College London e alla Columbia University e uno dei massimi esperti di people analytics, la nostra ossessione per l’autenticità rischia, infatti, di trasformarsi in una trappola, soprattutto quando ci convince che cambiare significhi tradire la nostra identità. Da dove nasce, innanzitutto, il culto dell’autenticità? “Il suo enorme successo come valore culturale potrebbe essere legato anche al bisogno contemporaneo di definire chi siamo in un mondo sempre più complesso e incerto”, risponde Chamorro-Premuzic. “I social media ci spingono continuamente a costruire e comunicare un’identità riconoscibile. Quando l’identità diventa un progetto da proteggere, rischiamo di investire più energie nella sua difesa che nella sua evoluzione”. In questo senso, l’idea di restare fedeli a se stessi può trasformarsi in una forma di immobilità. L’autore del copione Eppure, gran parte della psicologia contemporanea sembra suggerire proprio il contrario: la capacità di evolvere, adattarsi e rivedere il modo in cui interpretiamo noi stessi è uno degli strumenti più potenti di cui disponiamo per navigare la vita e le relazioni. Invece, quasi invariabilmente, tendiamo a considerare la nostra identità come un dato immutabile. Alcune di queste definizioni nascono dall’osservazione di noi stessi, altre dal modo in cui siamo state descritte dalla famiglia, dai colleghi, dalle amicizie e dagli amori, altre derivano dalla cultura in cui siamo cresciute. Con il tempo, però, queste narrazioni diventano così familiari che non sono più storie che raccontiamo, ma verità in cui ci vediamo rappresentate. Il problema non è il racconto in sé, ma il fatto che smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un limite, una barriera che costruiamo attorno al nostro sviluppo. Frasi come: “Non sono portata per…” oppure “Nelle relazioni sono destinata a…” hanno spesso una funzione protettiva: rendono il mondo prevedibile e ci offrono una spiegazione coerente delle nostre esperienze. Ma, allo stesso tempo, questa protezione restringe il campo delle nostre possibilità. Se ci identifichiamo completamente con una determinata versione di noi stesse, ogni cambiamento rischia di apparire come una minaccia. Invece di chiederci chi potremmo diventare, restiamo fedeli a chi siamo state. “Molte persone definiscono se stesse attraverso parole come: “Sono fatto così” oppure “Sono sempre stato così”, ma queste narrazioni non descrivono semplicemente il passato: influenzano anche il futuro, perché orientano le aspettative e i comportamenti”, osserva Chamorro-Premuzic. Secondo l’autore, dunque, le persone più efficaci non sono necessariamente quelle che esprimono sempre il proprio io spontaneo, ma quelle che sanno leggere il contesto, apprendere nuovi comportamenti e adattarsi alle situazioni. In altre parole, la crescita non dipende dalla fedeltà a un’identità immutabile, ma dalla capacità di apprendere, adattarsi e sviluppare nuove versioni di sé in risposta alle circostanze. Riscrivere le regole Del resto, gran parte del nostro sviluppo dipende proprio dalla capacità di acquisire competenze, fare esperienze e costruire nel tempo. Le ricerche sulla cosiddetta “narrative identity”, per esempio, dimostrano che il modo in cui interpretiamo la nostra storia personale influenza il benessere psicologico, la capacità di affrontare le difficoltà e persino le aspettative sul futuro. Quando cambiamo il significato che attribuiamo alle esperienze vissute, spesso cambia anche il modo in cui agiamo. “Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo interpretiamo. Un fallimento non è necessariamente la prova della nostra inadeguatezza. Può diventare un’esperienza da cui apprendere”, fa notare l’autore. La possibilità di riscrivere il proprio copione, dunque, non consiste nel cancellare il passato, ma nel reinterpretarlo: gli eventi restano gli stessi, ma il significato cambia e apre lo spazio della trasformazione. Uno fra gli ambiti su cui si concentra l’attenzione dello psicologo americano è la sovrapposizione fra Io lavorativo e Io privato. “Molte persone credono di dover essere sempre le stesse in ogni contesto”, osserva Chamorro-Premuzic. “In realtà, adattare il proprio comportamento alle situazioni non significa essere falsi. Significa possedere flessibilità psicologica”. Separare il sé professionale da quello privato può aiutare a ridurre il peso che attribuiamo a singoli fallimenti o successi, evitando che un’esperienza circoscritta finisca per definire il nostro valore complessivo come persone. Per questa ragione, forse, la domanda più utile non è chiederci se siamo autentiche oppure no, ma se la storia che raccontiamo su noi stesse ci sta aiutando a vivere meglio. Alcune narrazioni ci permettono di crescere, altre ci tengono ancorate a ruoli che non ci appartengono più. Riconoscere questa differenza è spesso il primo passo per immaginare una versione diversa di noi stesse e, con essa, del nostro futuro.
Non essere te stesso! L’autenticità è sopravvalutata e difenderla a ogni costo è perfino dannoso
Il mito del “vero Io” può diventare una trappola. Ecco perché e cosa fare in proposito






