di Daniel Lumera

In un contesto in cui tutto diventa una messinscena, e anche il dolore deve avere una buona estetica, l’essere autentici diventa un atto radicale

Ogni giorno siamo esposti a una quantità impressionante di immagini, dichiarazioni, contenuti studiati per apparire veri. In questo scenario, dove il falso non solo è tollerato, ma spesso premiato, l’autenticità non è solamente virtù, ma diviene sopravvivenza.

Il nostro è il tempo in cui la menzogna è stata sdoganata come moneta corrente. Consumiamo costantemente storie più che vivere esperienze. Siamo una società che spettacolarizza la sofferenza e svende la propria identità al miglior offerente in base a visibilità, consenso e algoritmi. Il falso è diventato normalità: notizie costruite, vite digitali, emozioni filtrate. In un contesto in cui tutto diventa una messinscena, e anche il dolore deve avere una buona estetica, l’essere autentici diventa un atto radicale. Un ritorno all’aria, al respiro, al senso rappresenta la liberazione da questi demoni dell’illusione personale e collettiva.

Guardavo qualche mese fa un servizio che documentava una campagna elettorale per il rinnovo del Congresso in uno Stato degli USA, influenzata da video deepfake in cui i candidati dichiaravano cose mai dette, ma le visualizzazioni avevano già fatto il loro lavoro. Questi non sono episodi isolati. Sono sintomi dell’era della post-verità, dove i fatti contano meno delle percezioni e la narrazione vince sull’autenticità. Eppure, proprio in questo clima estremamente tossico, sta accadendo qualcosa di inatteso: un bisogno crescente, soprattutto tra le nuove generazioni, di verità. C’è fame del vero. Non di verità assolute, dogmatiche, ma verità vissute e incarnate autenticamente. Esperienze non manipolate, emozioni non editate.Un’indagine pubblicata nel 2025 dal Pew Research Center mostra come i giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni cerchino sempre più contenuti reali, imperfetti, anche scomodi. Alcuni stanno abbandonando le piattaforme patinate per spazi più crudi, veri, comunitari. Questo non è solo un trend. È un sintomo spirituale. In un mondo fake, l’autenticità è ossigeno. Perché? Perché siamo fuori asse. Viviamo vite progettate da altri, il successo si misura in monetizzazione, la bellezza in filtri, l’identità in consenso. Chi prova a deviare, a rallentare, a disobbedire, viene etichettato come ingenuo o pericoloso. Ma proprio questi disobbedienti stanno aprendo varchi. Stanno mostrando che un altro modo di esistere è possibile e necessario. E forse dovremmo tutti chiederci cosa sia rimasto di autentico e di vero… prima di tutto in noi stessi.