Oggi vi voglio raccontare due storie inventate, ma non troppo. Due manager, due approcci opposti al lavoro, due risultati molto diversi. Entrambi lavorano in aziende strutturate, con responsabilità comparabili, team da gestire e obiettivi da raggiungere. Ma c’è una differenza che fa tutta la differenza: uno si fa vedere, l’altro no.

Marco, il manager eroe

Marco è ovunque. Sempre al telefono, sempre in riunione, sempre con un’urgenza da affrontare. È il primo ad arrivare la mattina, l’ultimo a uscire la sera. Quando c’è un problema, Marco c’è. Quando qualcosa va storto, è il primo a intervenire. I suoi capi lo apprezzano: è presente, reattivo, “sul pezzo”. Lo vedono risolvere emergenze, prendere in carico questioni spinose, farsi carico di responsabilità altrui. Dà l’idea di essere un uomo chiave, uno su cui si può sempre contare.

Il suo team, però, ha una percezione diversa. Marco accentra tutto: non delega, non lascia spazio, non costruisce autonomia. Ogni decisione passa da lui. Questo rallenta i processi, moltiplica le inefficienze e genera stress. I progetti si accumulano, le scadenze slittano, le persone più competenti se ne vanno.

C’è di più. Marco è anche un perfetto yes man. Non dice mai di no. Accetta ogni richiesta, anche quelle poco realistiche, anche quelle che sovraccaricano il team o compromettono la qualità dei progetti. Sa che dire sempre sì gli permette di apparire disponibile e collaborativo agli occhi del management. Ma spesso quegli stessi “sì” si trasformano, settimane dopo, nei problemi che poi avrà il piacere (e la visibilità) di risolvere.