C’è una storia silenziosa che attraversa ogni campo coltivato. È la storia dei semi, piccoli custodi di biodiversità, memoria e futuro. Non soltanto strumenti della produzione agricola, ma il risultato di un lungo dialogo tra natura, territori e comunità umane.
È da qui che bisognerebbe partire quando si discute di agricoltura, anche nel caso della deregolamentazione dei nuovi Ogm. Perché in gioco non c’è soltanto una tecnologia, ma il rapporto stesso tra agricoltura, ambiente e democrazia economica. Dietro ogni seme c’è una storia di adattamenti, conoscenze e relazioni costruite nel tempo che non possono perdersi dietro tecnicismi di laboratorio.
L’Europa esce da un percorso complicato in cui le scelte finali sono il frutto di un compromesso al ribasso, come spesso accade. Lo abbiamo visto con buona parte delle politiche agroecologiche, già a partire dalla «Farm to Fork» e dalle strategie finalizzate a una produzione agricola in pace con gli ecosistemi naturali. Lo abbiamo visto adesso, con una decisione che viene innalzata agli onori del progresso come una vittoria dell’innovazione e della sostenibilità. Ma la contrapposizione tra progresso scientifico e difesa degli ecosistemi è fuorviante. Nessuno mette in discussione il valore della ricerca. La vera domanda è chi governerà l’innovazione, a vantaggio di chi e con quali conseguenze.











