Perché l'ex sindaco della Capitale può fare da collante a destra E con Vannacci non vada oltre un sentito grazie

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Bentornato alla vita, Gianni Alemanno. Che stamane alle 10 varca il cancello di Rebibbia e finalmente verso l’uscita. Scrive sui social che gli sembra di mollare gli amici di là dentro, ma ne ritrova molti di più qua fuori. La solidarietà l’ha vissuta in carcere, starà a lui mantenerla viva con il suo impegno per la vita dentro una galera. E in fondo quel “nessuno tocchi Caino” che lo ha accompagnato in questi anni sotto la guida di Rita Bernardini il messaggio lo ha mandato: sconti la pena, ma tutto sia civile. Sono detenuti e non persone da torturare.

Alemanno sa che i suoi quasi due anni in carcere, da Capodanno 2024, li hanno abbiamo - sofferti in molti. Lettere, visite, articoli: la sua condizione carceraria non è passata inosservata. Perché per molti è apparsa ingiustificata, un accanimento immeritato per chi ha servito le istituzioni. Sì è sempre proclamato innocente, ma la prigione l’ha vissuta con grande dignità. Alemanno è stato nel mirino per troppo tempo: addirittura lo volevano coinvolto in un’associazione criminale, battezzata col nome fantasioso di “Mafia capitale”. Un’inchiesta fatta a pezzi persino dalla Cassazione. Non gli hanno chiesto scusa, anzi, lo hanno accusato e condannato per aver sollecitato il Comune che governava a far fronte ai pagamenti che tardavano. A Rebibbia ci è finito non per il cosiddetto e inesistente traffico di influenze ma per non aver rispettato le prescrizioni del magistrato di sorveglianza. Fare politica, girare l’Italia a far comizi, può comportare persino questo. Ma col carcere ha ritrovato gli affetti più cari e anche amicizie inaspettate, probabilmente. Isabella Rauti, sua ex moglie e tanta vita tormentata assieme tra alti e bassi, è stata al suo fianco in modo esemplare.