Mancano pochi minuti alle dieci quando Gianni Alemanno esce da Rebibbia. Lo fa – sono le prime parole che dice, davanti alla selva di giornalisti e fotografi – "da innocente, ho fatto un anno e mezzo da innocente". Due cose, confida, gli sono mancate: un bicchiere di vino e la montagna. L’ex sindaco di Roma, camicia blu e pantaloni neri, si dà in pasto ai cronisti all’uscita dal carcere romano, dove ha scontato la pena di un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni per traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo“.

Ad attenderlo, oltre a familiari e amici, c’è la sua nuova vita: con la destra di Roberto Vannacci, che fuori dal carcere non c’è, ma si vocifera di una visita fatta quando Alemanno era dentro. Sui social l’ex generale esulta: "Futuro Nazionale non lascia indietro nessuno, bentornato Gianni. La sporca dozzina prospera". Sono quasi duecento i militanti di destra e del suo movimento, Indipendenza, fondato con Massimo Arlechino e confluito in Futuro Nazionale, che lo accolgono ("Gianni, Gianni") e lo celebrano ("Bravo, bravo") mentre lui commenta: "Martire sicuro, santo non lo so…".

Non si vuole candidare ad alcunché – né a sindaco né a ruoli istituzionali perché "ho già dato", dice – ma ieri è finita la storia dell’ex potente in carcere ("Chi va in carcere sono i più sfigati, non i più cattivi", ripete con amarezza) e ne è iniziata una nuova, con la destra sovranista e con Futuro Nazionale che è "la speranza dell’Italia". Altro che destra "conservatrice" di Giorgia Meloni, per cui le spine nel fianco aumentano.