La volatilità dell’elettorato, che si verifica ovunque nel mondo al giorno d’oggi, è sicuramente figlia della fine delle ideologie e colpisce persino in Israele, Paese in guerra, in cui le motivazioni del voto di ogni elettore sono letteralmente a difesa della propria vita e di quella dei propri figli. In Italia, nell’ultimo decennio, l’abbiamo registrata con lo spostamento caotico di un trenta-quaranta per cento di voti, ora a favore di Matteo Renzi, poi di Matteo Salvini, poi del Movimento 5 Stelle, poi di Fratelli d’Italia. Un caos di destra-sinistra-destra.

In Israele questo fenomeno è limitato invece al campo dell’opposizione. Benjamin Netanyahu, detto Bibi, infatti, nei suoi ultimi quindici anni di governo, ha trasformato il suo partito, il Likud, in un feudo personale popolato da sbiaditi yes men a lui fedelissimi, una roccaforte egemone nel campo della destra, e ha fatto passare all’opposizione gli unici suoi alleati con carattere e personalità, come Avigdor Lieberman, che è stato addirittura suo capo di gabinetto, e Naftali Bennett, anche lui suo capo di gabinetto. L’unico forte movimento elettorale che si è registrato nel campo della destra è stato dunque quello sciagurato, provocato dallo stesso Netanyahu, con l’ingresso, da lui promosso nella sua coalizione elettorale, dei para-fascisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che, nobilitati da questo riconoscimento di legittimità, sono passati nel 2022 da tre a quattordici seggi. Da qui le disastrose scelte degli ultimi anni.