Entro il 27 ottobre Israele sarà chiamato a un voto tra i più importanti della sua storia. Perché dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il genocidio commesso dalle Idf a Gaza, gli attacchi deliberati di Tel Aviv a Stati sovrani del Medio Oriente e l’occupazione illegale di nuovi territori, non solo nella Striscia e in Cisgiordania, dovrà scegliere la strada da imboccare e, di conseguenza, il proprio futuro. Continuare a credere nel radicalismo sionista che ha trovato nell’ultimo governo Netanyahu la sua espressione più vivida della sua storia, oppure provare a tornare nell’alveo del diritto internazionale, avviando un dialogo con i vicini e, soprattutto, con il popolo palestinese. Lo si scoprirà tra pochi mesi, ma dai sondaggi elettorali pubblicati da Channel 12 la gestione del primo ministro viene bocciata dalla maggioranza della popolazione: il 59% degli israeliani ritiene che Benjamin Netanyahu dovrebbe lasciare la politica e non ricandidarsi, con il 33% che è invece favorevole alla sua permanenza e l’8% che si dice insicuro.

Il dato non significa, però, che tutti coloro che si oppongono a una ricandidatura del capo di governo più longevo della storia di Israele lo faccia perché contrario alle politiche radicali messe in campo insieme agli alleati del sionismo ultrareligioso e ultranazionalista. Perché quando è stato chiesto agli intervistati chi dovrebbe essere il suo successore alla guida del Likud, il 18% ha fatto il nome di Nir Barkat, attuale ministro dell’Economia, il 9% ha indicato invece quello della Giustizia Yariv Levin e il 7% si è concentrato su un altro membro di questo esecutivo, il titolare della Difesa Israel Katz. Infine, il 6% preferirebbe il presidente della Knesset, Amir Ohana.