Benjamin Netanyahu si gioca il tutto per tutto in questi giorni nel difficile tentativo di tenere unita la sua traballante coalizione in vista delle imminenti elezioni d’autunno. Il punto di rottura non sono ora i coloni suprematisti, razzisti e violenti della Cisgiordania, protetti e anzi incitati all’odio antiarabo dai ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, né il futuro di Gaza, e men che meno gli Accordi di Abramo, la pace e la collaborazione con il mondo arabo.

La coalizione di governo è invece lacerata dalla legge che di fatto, con trucchi lessicali, garantisce il mantenimento dell’esenzione dal servizio militare a circa sessantasettemila giovani haredim, ebrei ultraortodossi. Questo, in contrasto con diverse sentenze della Corte Suprema che intimano di fare cessare questa disparità di doveri tra i cittadini. La legge in votazione alla Knesset, che invece proroga il privilegio, è stata imposta dai due partiti religiosi alleati di Netanyahu, lo Shas e l’United Torah Judaism, che hanno quattordici seggi. Questi, sommati ai tredici seggi di Ben Gvir e Smotrich, arrivano a poco meno della metà dei seggi della coalizione di governo: una dimostrazione evidente della scelta compiuta da Netanyahu nel 2022 di portare nell’esecutivo, con un peso determinante, partiti non solo di estrema destra, ma soprattutto estranei o addirittura contrari, come appunto i partiti religiosi, ai principi e alla storia del sionismo.