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Nell’autunno di quest’anno in Israele ci saranno le elezioni, e la coalizione di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu è in svantaggio nei sondaggi. Il suo governo sta usando questo tempo prima del voto per indebolire i sistemi che garantiscono l’imparzialità delle elezioni israeliane: non tanto per sovvertire il risultato del voto, quanto per insinuare dubbi sulla validità del processo democratico, indebolire l’attuale opposizione, e spianare la strada per un eventuale suo ritorno al potere.

Fin dal suo insediamento nel 2022, il governo di Netanyahu è stato uno dei più autoritari della storia del paese. Ha sostenuto – fallendo, per ora – una riforma della giustizia che secondo i suoi critici avrebbe indebolito gravemente la democrazia israeliana. Sotto il ministro della Pubblica sicurezza Itamar Ben Gvir, un estremista religioso, la polizia israeliana è spesso stata utilizzata per minacciare dissidenti, difensori dei diritti umani e membri della comunità palestinese israeliana. L’indipendenza dei media è stata minacciata.

Queste tendenze si stanno accentuando negli ultimi mesi. Dopo anni di guerra, la maggior parte dell’elettorato è stanca di Netanyahu. Secondo i sondaggi la sua coalizione di estrema destra dovrebbe ottenere 49 seggi su 120 alla Knesset, il parlamento. La coalizione dell’opposizione, formata da partiti di centro e di destra, ne otterrebbe 61, una maggioranza risicata. Negli ultimi venti anni la politica israeliana si è molto spostata a destra, oggi il centrosinistra è marginale e il consenso politico è diviso tra l’estrema destra di Netanyahu e partiti più moderati ma di orientamento comunque conservatore o liberale.