Fra un mese Israele celebrerà lo Yom HaAtzmaut, il giorno dell’indipendenza, e sarà un altro anniversario di guerra. Hamas è ancora fra le macerie e nei tunnel di Gaza, Hezbollah acquartierato fra le colline nel Sud del Libano, la repubblica islamica al potere in Iran. In 78 anni di esistenza, lo Stato ebraico è ancora lontano dall’essere sicuro.
Nahum Barnea, il giornalista più famoso del Paese, aveva scritto che «gli israeliani sono abituati a progettare la loro vita con la guerra. Sono nati un anno dopo una guerra, sono andati sotto le armi l’anno prima di un’altra guerra, si sono sposati giusto dopo una terza guerra e hanno avuto un figlio un anno prima o dopo la guerra successiva».
L’iniziale rifiuto del mondo arabo, il Medio Oriente come campo di battaglia della Guerra Fredda fra Usa e Urss, i nazionalismi, l’estremismo palestinese, il terrorismo islamico. Per dare una giustificazione alle sue ambizioni regionali, l’Iran ha sempre usato il pretesto della causa palestinese. Lo avevano fatto anche l’egiziano Gamal Nasser e l’iracheno Saddam Hussein.
Il sommario quadro storico non completa del tutto la constatazione di Barnea senza ricordare un’altra causa: il militarismo israeliano; la preferenza della risposta armata sulla diplomazia dei vertici politici e militari come dell’opinione pubblica in generale. Le guerre israeliane, soprattutto le ultime, tendono a non risolvere il problema che le causa ma creano le condizioni del conflitto successivo.






