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Ultimo aggiornamento: 8:17

La mano appoggiata sul Muro del Pianto, indosso i colori d’Israele, lo Stato che ha promesso di proteggere fino alla morte ma che gli serve per proteggere se stesso dai guai giudiziari interni e internazionali. Benjamin Netanyahu, di fronte alle pietre sacre della religione ebraica, giura che i suoi pensieri, le sue preghiere, sono tutti per la “salute del presidente degli Stati Uniti Donald Trump“. Perché se si crede alla provvidenza, l’elezione del tycoon ne è stata per lui la più fulgida dimostrazione: in calo di consensi, con le inchieste giudiziarie che non gli danno tregua, con l’onta del non essere riuscito a impedire il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e raggiunto anche da un mandato d’arresto internazionale, l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca ha rappresentato per il leader del Likud un’ancora di salvezza. Gli ha tolto di dosso la pressione, seppur molto limitata, della precedente amministrazione, lo ha protetto dalla giustizia internazionale e dalle denunce delle Nazioni Unite e gli ha permesso di portare avanti indisturbato l’unica cosa che può mantenerlo al potere: la guerra.

Quella preghiera, quindi, sembra un atto di riconoscenza. Le guerre compattano i Paesi, leniscono le ferite della battaglia politica e calmano le opposizioni. Lo dice la storia, soprattutto quella di Israele. E Benjamin Netanyahu è grande sostenitore di questa strategia. In 16 anni di governo quasi ininterrotto, lo ha dimostrato: quando il consenso era in calo ecco che ogni pretesto, un missile o palloncini incendiari lanciati da Hamas su Israele, rivolte in Cisgiordania o singoli attentati, era buono per lanciare una nuova operazione nei Territori palestinesi e soprattutto nella Striscia di Gaza. Margine di Protezione, Spade di Ferro, Carri di Gedeone, tutte operazioni che hanno riportato i consensi in ascesa al prezzo di migliaia di vite umane. Senza contare i blitz in Cisgiordania e il sostegno alle colonie illegali.