Alla fine non dovrebbe cadere, un po’ perché le parti in causa si sono messe a lavorare a un compromesso, un po’ perché i partiti della maggioranza, soprattutto quelli religiosi, non s’arrischiano a nuove elezioni dall’esito incerto. Oggi il governo di Benjamin (Bibi) Netanyahu non è troppo popolare in Israele, anche se ieri il premier ha incassato dal presidente argentino Javier Milei l’impegno a spostare la sede diplomatica di Buenos Aires da Tel Aviv a Gerusalemme entro il 2026.

Ma se è vero che il Bibi nazionale ha dimostrato di avere più vite di un gatto, è anche vero che tutti gli opinionisti oggi lo vedono scalzato in un ipotetico voto dall’ex premier Naftali Bennet, nazionalista e inflessibile con Hamas come e più di Bibi ma più religioso di lui. Crisi evitata per adesso per il Bibi VI: la coalizione fra i moderati del Likud, i partiti religiosi e gli ultranazionalisti di destra, scrive Yediot Ahronoth, dovrebbe avere la vita salva dopo che i partiti guidati dai rabbini hanno rinunciato a depositare una bozza formale di disegno di legge per un esonero generalizzato degli studenti religiosi dal servizio militare (tre anni in Israele per i ragazzi, due per le ragazze) accontentandosi di una dichiarazione di principi. Dichiarazione che adesso passa all’esame di Yuli Edelstein, presidente della commissione Difesa ed Esteri della Knesset, chiamato dal governo a trovare una quadra tra i fronti opposti e trasversali: tra chi, cioè, esige che anche i charedim dai cappelli e i cappotti neri imbraccino il fucile per difendere il paese e i partiti religiosi secondo gli esonerati possano salveranno non il corpo ma l’anima di Israele continuando a studiare la Torah senza distrazioni belliche.