di
Davide Frattini
I soldati israeliani si sono spinti troppo a Nord e mancano direttive chiare: Netanyahu non sa come uscire da questa «roulette» e come rientrare nelle grazie di Trump in vista del voto
DAL NOSTRO CORRISPONDENTEGERUSALEMME - Ormai lo chiamano «gingi» (capelli rossi, in ebraico) e anonimi si lamentano che «noi adesso dobbiamo andare a quattro funerali di soldati». Eppure sono stati i ministri israeliani — assieme al loro capo Benjamin Netanyahu — a spingere perché l’offensiva in Libano andasse avanti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto il cessate il fuoco, non ancora il ritiro totale delle truppe. Ed è proprio questa frizione sul campo a impedire che la tregua possa effettivamente entrare in vigore: ieri Eyal Zamir, il capo di stato maggiore israeliano, ha di nuovo annunciato lo stop ai combattimenti, ma la situazione sul terreno dipende anche da Hezbollah.
Sulle collineI soldati restano posizionati una decina di chilometri dentro al Libano e hanno concentrato le operazioni nella dorsale di Ali Al Taher. I portavoce spiegano che in quest’area «si trova una delle basi più importanti di Hezbollah»: tra queste colline il gruppo sciita sostenuto dall’Iran avrebbe scavato un sistema di bunker e gallerie lungo un chilometro. Quello che gli ufficiali non raccontano in pubblico è quanto siano complesse le operazioni, soprattutto il movimento dei carrarmati, tra avvallamenti, torrenti, strade rocciose. Gli israeliani lo capiscono dall’elenco dei caduti: nella notte tra giovedì e venerdì un colonnello è stato ucciso nel suo tank assieme alla squadra di tre uomini, non è ancora chiaro se i carristi siano stati colpiti da un drone esplosivo o ci siano stati errori nella manovra. In ogni caso i quattro morti hanno causato una reazione massiccia da parte di Tsahal.












