annunci e smentiteDove il presidente americano abbia fissato l’asticella con Teheran non si sa, ma se vuole dire di aver fatto un accordo megliore di Obama non può fermarsi al nucleare. Le ispezioni, i missili, il Libanodi24 GIU 26Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha un solo pubblico a cui badare quando parla. Ha la sua coalizione, che litiga su tutto, ormai si regge a fatica ma ha deciso di non dissolversi prima del voto previsto per ottobre. Ha gli israeliani che fra qualche mese voteranno e iniziano a prestare più attenzione ai messaggi dei politici, soprattutto quest’anno in cui per tutti le elezioni avranno un altro valore: saranno dopo il 7 ottobre, la guerra a Gaza, le guerre in Libano, la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran. Un altro pubblico che ascolta il premier con attenzione è composto da chi siede alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump e tutti i suoi collaboratori, che reagiscono a ogni parola di Netanyahu, un giorno presentato come un pazzo, un altro come il più coraggioso dei premier di Israele. Da quando gli Stati Uniti si sono impegnati nel memorandum con gli iraniani, in diverse occasioni Netanyahu ha ripetuto che Israele si fida di Trump, ma è arrivato il momento di aumentare gli spazi di indipendenza, per esempio nell’industria delle armi. Non è un pensiero nuovo, gli israeliani ci pensano e ci lavorano da quando gli Stati Uniti hanno mostrato di essere sempre meno interessati a occuparsi di quello che succede nel mondo. Ora però il problema è cresciuto, Israele non soltanto sa che l’alleato americano vuole pensare a se stesso, ma deve mettere in dubbio ogni dichiarazione che arriva da Washington. L’Amministrazione americana, per esempio, continua ad annunciare di aver ottenuto i controlli dell’Agenzia internazionale per l’agenzia atomica (Aiea) nei siti iraniani. Gli iraniani, invece, smentiscono. L’Aiea ha continuato a ispezionare alcuni impianti anche negli ultimi tempi, in questo mese gli esperti dell’Agenzia sono entrati nella centrale nucleare di Bushehr, ma il vero permesso che serve è per ispezionare regolarmente siti come Natanz e Fordo. “Bisogna capire se gli Stati Uniti stanno negoziando uno status quo oppure un vero accordo e in questo contesto la questione delle ispezioni è cruciale”, dice Eyal Hulata, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale del governo di Lapid e Bennett. Hulata spiega che senza le ispezioni non ha neppure senso parlare di un accordo sul programma nucleare perché non c’è modo di conoscere ogni dettaglio sulle centrifughe, l’arricchimento dell’uranio e lo stato del progetto. “Per Israele è importante sapere dove gli Stati Uniti hanno posto l’asticella sul programma nucleare perché il Jcpoa concluso dall’ex presidente Barack Obama badava esclusivamente a fare in modo che l’Iran non si dotasse di armi nucleari, escludendo invece tutti gli altri aspetti, dai missili alla rete dei gruppi armati”. Donald Trump uscì dall’accordo anche per questo, perché mentre le limitazioni sul nucleare non erano vincolanti quanto avrebbero dovuto, Teheran continuava ad aumentare le sue armi di ricatto. “Non credo che Trump voglia lo stesso accordo di Obama, non può accontentarsi. Per averne uno migliore deve per forza includere il programma missilistico e la dipendenza dall’Iran dei gruppi armati come Hezbollah, gli houthi o le milizie in Iraq. Israele a questo punto deve adottare un approccio costruttivo per lavorare con gli americani affinché esca fuori un buon accordo”. Hulata non è pessimista sul memorandum, ritiene che siamo in una fase ancora preliminare per le preoccupazioni, bisogna aspettare e stare a vedere. Se si parla di Libano le preoccupazioni sono maggiori.Ieri il segretario di stato americano Marco Rubio ha iniziato il suo viaggio nei paesi del Golfo. Appena atterrato ad Abu Dhabi ha iniziato a rilasciare dichiarazioni, con toni molto diversi rispetto al vicepresidente americano J. D. Vance, che guida i colloqui con Teheran e vanta grandi progressi. “Se la leadership iraniana decidesse di voler essere un paese anziché un movimento che esporta il terrore, avrebbe l’opportunità di fare cose incredibili... Questo dipenderà però dai progressi compiuti su una serie di altre questioni di sicurezza che dovranno essere affrontate nei prossimi giorni”, ha detto Rubio, sottolineando che non può esserci nessun accordo se i gruppi come Hezbollah lanciano missili: “Un’attenta lettura del memorandum rivela che se si parla di far cessare le ostilità nella regione, non si può certo raggiungere questo obiettivo finché i gruppi filoiraniani continuano a partecipare ad attività terroristiche”. E’ la prima volta che un funzionario americano mostra in controluce questo aspetto e l’ambiguità del documento finora lascia spazio a infiniti dettagli per un futuro accordo e la libertà per americani e iraniani di continuare a presentare realtà molto diverse sui negoziati.Il problema per Israele è che in questa ambiguità ci sono troppi rischi, esterni ed interni. Se la politica in campagna elettorale può rimanere in bilico, l’esercito non può farlo, deve capire in Libano cosa gli è concesso e cosa no.Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
Israele studia le vie d’uscita dalle ambiguità del memorandum di Trump
Dove il presidente americano abbia fissato l’asticella con Teheran non si sa, ma se vuole dire di aver fatto un accordo megliore di Obama non può fermarsi al nucleare. Le ispezioni, i missili, il Libano








