Le rassicurazioni di Trump non convincono Bibi. Israele vuole chiarezza sul nucleare e sui proxy

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La pacca sulla schiena non fa bene, si sa: così ieri la telefonata di Trump che ripete a Netanyahu che il programma nucleare dell'Iran verrà smantellato, il fiero tweet del premier israeliano che ritrae a colori i profili dei due leader uniti nel medesimo intento, suscitano ancora più agitazione, più punti interrogativi: che cosa sta succedendo veramente? Trump, secondo i suggerimenti di Witkoff e di Kushner e forse per portare Qatar, Pakistan e sauditi nei Patti di Abramo, si tira indietro con quel "memorandum of understanding", lo schema di accordo con l'Iran che resta quello degli ayatollah e delle Guardie della rivoluzione dopo tanto sforzo; che forse riapre lo stretto di Hormuz e figura un negoziato di ben 60 giorni di cui niente è chiaro se non che gli iraniani lo useranno per i loro giochi?La frustrazione di Israele è contenuta, in cielo si disegna un immenso punto interrogativo: perché? Se Hormuz riapre, una valanga di denaro, 25 miliardi, si riverserebbe nelle casse degli ayatollah; il regime può anche commerciare in greggio, per cui altri soldi si rovesciano nella sua economia. Il regime balla. E prendendosi la bellezza di 60 giorni, l'Iran dovrebbe far sapere come, quando, dove avverrebbe lo sgombero di quei 440 chili arricchiti al 60%, pronti a quel 90% per la bomba atomica. Ma 60 giorni sono elastici come chewing gum per il suk diplomatico, per la sua esperienza e il dettato islamico che impone di ingannare per favorire le sorti all'Islam. E qui ce n'è. Del resto, i missili balistici e i proxy fautori dei passati, presenti, futuri 7 ottobre non solo non si parla, ma diventa zona proibita. Hamas è del board of peace. E soprattutto in Libano è proibito a Netanyahu di uscire dalla tregua; deve limitare le azioni dell'esercito a risposte alle continue provocazioni, invece, degli Hezbollah, che hanno svuotato il nord d'Israele e uccidono i soldati con i droni iraniani a migliaia.