La grande regia di Berlino. Dietro al patto con i talebani ora diventato a tutti gli effetti un accordo europeo, anche se resta politicamente scritto in tedesco, dall’inizio alla fine. Un piano costruito sottobanco, dietro le quinte, a partire da ottobre 2025 quando il governo Merz ha deciso di rompere il tabù del dialogo diretto con il regime di Kabul, fino ad allora contattato sempre indirettamente via emissari del Qatar. Culminato con lo sdoganamento ufficiale degli ex tagliagole certificato burocraticamente dal ministero degli Esteri in cui ora spunta la domanda di accredito in Germania per quattro «funzionari consolari» afghani. Una richiesta risalente a 24 ore fa come minimo stupefacente: La Bundesrepublik ufficialmente non riconosce il governo dei talebani.

È QUESTA LA CIFRA politica dei «rimpatri» verso l’Afghanistan della montagna di richiedenti asilo presenti in Europa; conta perfino più dei numeri arabi che spaventano i leader dell’Ue. Per il cancelliere Friedrich Merz il conto parte dai 350mila richiedenti-asilo presenti nei 16 Land della Repubblica federale (sul totale di 467mila afgani immigrati), di cui almeno 91 mila scappati dopo la conquista di Kabul da parte dei talebani. Ma l’accordo serve anche a Parigi: dopo la Germania è il paese in cima alla lista europea dell’«accoglienza» di chi è fuggito dal regime dei mullah con 124mila profughi, davanti al Regno unito (93 mila), Svezia (67 mila), Paesi Bassi (51 mila), Austria (44 mila). Dopo la crisi dei migranti siriani gli afghani sono diventati i primi rifugiati d’Europa, mentre gli identikit-tipo fotografati dalla statistica Deutsch restituiscono «un terzo di maschi di età media di 16 anni» e «un altro terzo è formato da donne».