Nei giorni scorsi una delegazione dell’Emirato islamico d’Afghanistan (si chiamano proprio così, Emirato come quei 7 del Golfo Persico) è stata ospitata a Bruxelles, accolta in sedi non istituzionali per via del mancato riconoscimento formale del governo talibano di Kabul. Il motivo dell’incontro deve essere ricercato nell’accordo bilaterale per facilitare il rimpatrio degli afghani presenti nel territorio comunitario, che abbiano commesso reati o la cui richiesta di asilo non sia stata accolta. A dire il vero, si tratta della prima visita in Europa da parte di esponenti dell’Emirato – meglio noti (e combattuti) come talebani: un fatto assolutamente inedito, probabile punto di caduta di un lungo percorso diplomatico, denso di significati politici, che però non hanno mancato di generare critiche e proteste da più parti.
Si sono alzati diversi cori di protesta contro questa visita dei talebani a Bruxelles; in primis per il fondato timore che questa visita possa legittimare l’Emirato afgano e, come logica conseguenza, l’aumento delle deportazioni di migranti afghani – contrarie al diritto internazionale.
Nella lettera inviata all’inizio del mese da 42 associazioni afgane e indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni, Magnus Brunner, le associazioni firmatarie hanno voluto sottolineare che il rischio di arrivare ad un graduale riconoscimento de facto dell’autorità dei talebani sia già elevato.










