Ufficialmente sono “colloqui tecnici”. Di fatto una delegazione di cinque rappresentanti talebani è stata ricevuta a Bruxelles dalla Commissione europea e da quindici Stati membri per discutere di rimpatri. Appare come l’ennesima dimostrazione di quanto i principi dell’Occidente possano diventare negoziabili quando entrano in gioco gli interessi geopolitici e, soprattutto, il controllo delle migrazioni.

Se l’Europa tratta con i talebani. E le donne afghane pagano il prezzo dell’ipocrisia

Perché, mentre l’Unione europea continua a ribadire di non riconoscere l’Emirato islamico dell’Afghanistan, apre un canale di dialogo con lo stesso regime che da quasi cinque anni cancella sistematicamente i diritti delle donne? È un paradosso che Bruxelles prova a disinnescare sostenendo che l’incontro riguarda soltanto aspetti operativi e non implica alcun riconoscimento politico. Ma nella diplomazia la forma è sostanza: sedersi allo stesso tavolo significa, inevitabilmente, riconoscere un interlocutore.

Non solo. Possiamo spingerci oltre e domandarcelo, insieme a Cecilia Strada: che cosa chiederanno in cambio di questi accordi i talebani? Che cosa è pronta a dare, la Commissione, al loro regime?

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri