Pechino ha provato a conquistare il calcio attraverso la politica. Ma con la crisi del sistema immobiliare e senza un base solida di giocatori costruita dal basso è crollato tutto. Mentre gli americani hanno lasciato che il mercato facesse il suo lavoro, trasformando il pallone in un prodotto economico e culturale.
Nel giugno 2025 l’Indonesia ha battuto la Cina 1-0 a Giacarta, eliminandola dalla corsa al Mondiale 2026. Un anno dopo, negli Stati Uniti 27,5 milioni di spettatori complessivi sul territorio americano si sono sintonizzati davanti alla televisione per seguire la vittoria della nazionale contro il Paraguay (4-1) all’esordio nella Coppa del mondo, tra canali in lingua inglese (18 milioni su Fox Sports) e quelli in lingua spagnola (9,5 milioni su Telemundo e Peacock). È stato il dato più alto mai registrato per una partita della selezione maschile statunitense, ampiamente sopra le medie delle finali dei campionati NBA o delle World Series di baseball. Numeri che sono scesi leggermente, a 20,68 milioni, per il secondo match vinto 2-0 contro l’Australia, che intanto però è valso la qualificazione ai sedicesimi con un turno d’anticipo. A prima vista sembrano due notizie sportive senza alcun legame. In realtà raccontano una delle storie più interessanti del nostro tempo: il diverso approccio con cui le due super potenze del XXI secolo stanno affrontando il calcio.












