I Mondiali americani del ‘26 saranno ricordati per aver unito il mondo, come ha proclamato con enfasi il presidente della FIFA, Gianni Infantino, o per averlo diviso, nel segno della partigianeria e celebrando il calcio dei ricchi? Nella galassia dei social, come è costume si sono sprecati commenti di ogni ordine e grado. L’Argentina sarebbe stata favorita sin dal sorteggio iniziale e poi negli arbitraggi, anche in frasi giudicate ammiccanti, comunque sarebbe giunta a una finale, quella con la Spagna, che non contribuisce a rinfrescare la temperatura del pianeta.

Ma il match dei due mondi - come è stato definito - per le impostazioni calcistiche delle squadre, vincitrici dei rispettivi trofei continentali in Sudamerica e in Europa, è andato oltre, senza eufemismi mischiando lo sport alla politica: l’Argentina di Messi è diventata quella di Milei, mentre la Spagna di Jamal, si è ritrovata in Sanchez.

Da una parte, la dittatura del presidente con la motosega, contiguo agli Stati Uniti di Trump per linea politica, accordi economici e dipendenza finanziaria; dall’altra, l’unico grande paese europeo, da sette anni amministrato da un governo di sinistra. L’ultimo avamposto socialista in Europa (benchè oramai insediato dalle destre) apertamente critico nei confronti della politica MAGA della Casa Bianca, alternativo sulle migrazioni, per le quali ha scelto l’inclusione sociale, tra i pochi in Europa ad aver riconosciuto la Palestina.