A volte l’apparenza inganna. Quando Donald Trump ha ordinato di annullare la squalifica del calciatore statunitense Folarin Balogun per non fargli saltare una partita cruciale, i vertici del calcio internazionale hanno obbedito subito, tanto da far pensare che la forza abbia preso il sopravvento sul diritto anche in questa forma di soft power che è il pallone.
Secondo questa logica, il calcio sarebbe il nuovo teatro dello stravolgimento dell’ordine mondiale, con altri mezzi, messo in atto del presidente degli Stati Uniti. E a confermarlo ci sarebbero il rifiuto di concedere un visto d’ingresso ai tifosi di alcuni paesi, l’espulsione di un arbitro arrivato dalla Somalia e i controlli particolarmente scrupolosi riservati ai calciatori di alcune nazionali.
Il presidente della Fifa (Fédération internationale de football association) Gianni Infantino, che nel 2018 aveva orchestrato la coppa del mondo in Russia, nonostante l’annessione unilaterale della Crimea e l’inizio di una guerra di logoramento nella regione ucraina del Donbass, è ormai un simbolo della deferenza verso i potenti. La sua decisione di assegnare a Donald Trump un “premio per la pace” inventato per l’occasione, meno di tre mesi prima che lo stesso Trump scatenasse una guerra devastante in Medio Oriente, è qualcosa che sarà difficile uguagliare.






