Giustizia
“Un corpo devastato dalla tortura, un’agonia senza fine“. Nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, il pm Sergio Colaiocco nel corso della sua requisitoria ha mostrato per la prima volta – in accordo con la famiglia Regeni e le parti civili, ndr – le foto della Tac, eseguita dai medici legali italiani, che mostrano le evidenze e i segni delle torture subite da Giulio Regeni da parte degli aguzzini del regime egiziano di Al-Sisi.
Imputati nel processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, sono quattro 007 egiziani: ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr).
“Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo. Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell’accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio destro. La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti. Venti fratture. Cinque ai denti. Quindici alle strutture ossee. Venti fratture. Quanto alla causa terminale della morte, l’autopsia italiana accerta che Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario”, ha continuato Colaiocco.










