Nella requisitoria del processo per l’omicidio di Giulio Regeni, il pm Sergio Colaiocco ha ricostruito le torture subite dal ricercatore friulano e accusato le autorità egiziane di aver protetto i responsabili. La Procura di Roma ha escluso la pista inglese e ribadito il coinvolgimento degli apparati di sicurezza del Cairo. “È solo in Egitto che bisogna cercare i suoi sequestratori, i suoi torturatori, i suoi assassini”.
Giulio Regeni
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"Un corpo spezzato dal dolore". È l'immagine con cui il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco ha riassunto davanti alla Corte le torture subite da Giulio Regeni durante i giorni del suo sequestro in Egitto. Nella requisitoria del processo che vede imputati quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, il magistrato ha accusato il regime del Cairo di aver scelto di non fare luce su quanto accaduto e di aver protetto i responsabili.
"È su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini", ha affermato Colaiocco nell'aula bunker di Rebibbia, dove ha mostrato le immagini della Tac eseguita in Italia sul corpo del ricercatore friuliano. Secondo la Procura di Roma, gli accertamenti medico-legali effettuati dopo il rientro della salma hanno restituito un quadro molto diverso rispetto a quello emerso dagli esami svolti in Egitto. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura al braccio destro, mentre la Tac realizzata dai consulenti italiani ne avrebbe rilevate venti: cinque ai denti e quindici a diverse strutture ossee.










