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Giovanni Bianconi

Le accuse della Procura: cooperazione solo apparente. La scoperta del cadavere e il tentativo del Cairo di incolpare una banda di rapinatori

Le sedie riservate ai quattro ufficiali egiziani imputati per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni sono rimaste vuote anche nel giorno delle richieste di condanna, e tali rimarranno. Ma il processo non si esaurisce nei destini personali dei militari sotto accusa; va oltre le loro responsabilità e lascerà aperto il giudizio sugli apparati nazionali che le hanno coperte.

Come ha spiegato con toni accorati e severi il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco, che ha seguito il caso dall’inizio, passo dopo passo, quello che si sta chiudendo è anche «un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare né collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. Un processo contro la menzogna, le ricostruzioni artificiose, i depistaggi». Nel corso di dieci anni «il regime egiziano ha innalzato, mattone dopo mattone, un muro invalicabile per impedire l’accertamento della verità». Tuttavia «quel muro è stato abbattuto», rivendica il procuratore Francesco Lo Voi.