Dieci anni e mezzo di attesa per arrivare all’aula bunker di Rebibbia. Oggi la Procura di Roma ha svolto la requisitoria nel processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel gennaio del 2016. Gli imputati non sono presenti in aula dato che l’Egitto non ha mai collaborato con la giustizia italiana.

«Esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme»

Ad aprire la requisitoria è stato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. «Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana», ha esordito. «Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme». Il 25 gennaio 2016, ha ricostruito Colaiocco, Regeni «entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere». Da quel momento, secondo l’accusa, «non è più una persona», ma «un corpo sequestrato», «materia su cui esercitare il potere assoluto».

Uomini dello Stato

Il punto più netto della requisitoria riguarda la natura degli autori del crimine. «A compiere tutto questo non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita», ha detto Colaiocco. «Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza»: proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza. Quando questa forza «si converte in strumento di tortura», ha aggiunto, «è colpita l’idea stessa di civiltà giuridica» e «il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità».