Per i pm, nel caso Regeni, la tortura è stata «protratta come strumento di dominio». Durissime accuse anche contro le autorità egiziane: «Sarebbe stato compito dell'Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia»

Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. È quanto chiede la Procura di Roma nei confronti degli 007 egiziani imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni. Le richieste di pena sono state formulate dal procuratore capo, Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Sergio Colaiocco. A più di dieci anni dalla morte del ricercatore italiano, torturato e ucciso da un gruppo di agenti egiziani mentre si trovata al Cairo nell’ambito di un dottorato, arriva, finalmente, il momento della requisitoria contro i suoi aguzzini e della richiesta di pene. Pur sapendo che senza la collaborazione dell’Egitto i responsabili non pagheranno mai. Nel corso della lunga disamina conclusiva del processo, durata tutta la giornata, il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco e il procuratore capo Francesco Lo Voi pronunciano entrambi parole durissime non solo su come sia stato arrestato e ucciso il ricercatore ma anche sull’atteggiamento delle istituzioni egiziane che solo inizialmente hanno collaborato all’inchiesta italiana finendo poi per collocarsi «dalla parte degli aguzzini».