L’evoluzione della figura del caporale, in una inchiesta de L’Altravoce -Il Quotidiano. Uno spaccato di un fenomeno diffuso, partendo dallo Jonio cosentino. Una storia di “buoni e cattivi” durata decenni. Come si è evoluta la figura del caporale straniero dai primi furgoni bruciati ai nostri giorni
«Eccolo il caporale a bordo del suo furgoncino». Ma sapete chi è, alla fine, il caporale straniero? Nient’altro se non il frutto degli stessi campi nei quali ha lavorato. Non c’è assoluzione di colpa. Né alcuna remissione di peccato in questa premessa. Solo storia. Solo vite.“Il caporale” era un ragazzo. Un ragazzo come tanti. Che molti anni fa, negli anni ’80, negli anni ’90 ha lasciato il proprio Paese d’origine ed è, in un modo o nell’altro, arrivato in Italia. Qui è stato a sua volta un lavoratore. In nero, emarginato, senza diritti e con tanti doveri.Un ragazzo che tra la miseria, la povertà, la fame, il dolore che gli ha “garantito” l’Italia, si è “rimboccato le maniche”: ha capito come muoversi sul territorio, ha imparato qualche rudimento di come funzionano le leggi, la lingua, ha capito cosa sono gli indennizzi, cos’è un patronato, un sindacato, di cosa hanno bisogno le aziende. E poi, a un certo punto, ha deciso di dire basta. A cosa? Allo sfruttamento. Perché quello anche l’ha imparato. E meglio di tutte le altre cose. Sulla propria pelle.








