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Caporali che si vantano nei social delle condizioni in cui fanno lavorare le persone, aguzzini che danno fuoco a un’auto con a bordo alcuni lavoratori sottopagati (quando sono pagati), braccianti costretti a vivere in condizioni disumane e utilizzati a totale discrezione di quello che dovrebbe essere il datore di lavoro ma che diventa, di fatto, il loro carnefice.

La cronaca degli ultimi giorni ha, per forza di cose, attirato l’attenzione sul fenomeno del caporalato. Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, il più giovane, 19 anni, Waseem Khan, il più "anziano", di 29. In mezzo Amin Fazal Khogjani, 28, e Safi Iayjad, 27. Sono stati uccisi in modo brutale, da chi li stava già sfruttando. A dieci anni dalla legge che lo ha introdotto come reato, il lavoro da fare per ridurre lo sfruttamento dei lavoratori sembra essere ancora solo all’inizio. Per mettere in piedi delle vere azioni di contrasto però, bisognerebbe conoscere a fondo il fenomeno. Il caporalato non è solo lavoro nero nei campi, ma un sistema sempre più sofisticato che passa attraverso false cooperative, appalti simulati e società create per abbattere artificialmente il costo del lavoro. A dircelo è il bilancio 2025 della Guardia di finanza sul contrasto al lavoro sommerso e al caporalato.