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«Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme». Le parole del procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, definiscono i contorni della requisitoria nel processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni. Il magistrato ha ripercorso i giorni del gennaio 2016 al Cairo, quando il ricercatore italiano venne inghiottito dagli apparati del regime: «Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell'uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero».La zona d'ombra dell'arbitrio puro
La ricostruzione dell'accusa si concentra sul meccanismo di annientamento della persona attivato dagli imputati dal momento del sequestro, il 25 gennaio 2016. In quel momento, Regeni «entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza». Una prima verità consegnata dall'indagine giudiziaria italiana riguarda lo spogliamento di ogni garanzia giuridica ai danni della vittima. Regeni «fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro».










