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Prima di Brexit, la cittadina inglese di Boston era conosciuta – da chi ne aveva sentito parlare – principalmente perché da qui partirono i pellegrini che fondarono la Boston più famosa, negli Stati Uniti. Nel 2016, grazie al referendum, la città ebbe un sussulto di popolarità, almeno nel Regno Unito: fu infatti il posto dove l’opzione per uscire dall’Unione Europea ottenne la percentuale più alta, quasi il 76 per cento.

L’etichetta di capitale spirituale di Brexit, di Brexitland, è rimasta appiccicata a questo posto abitato da circa 45mila persone. Da allora, ciclicamente, giornalisti britannici e non solo sono venuti qui per cercare una risposta su come Brexit sia potuta avvenire, o per chiedere agli abitanti se si siano pentiti. In realtà, «se vuoi capire Brexit come fenomeno politico, Boston è il posto sbagliato dove venire» dice Matt Warman, parlamentare locale dei Conservatori per un decennio. Era scontato, secondo lui, che qui Brexit avrebbe stravinto, al punto che la campagna elettorale fu ridottissima.

La piazza davanti alla chiesa di San Botulfo, a Boston, Inghilterra, 16 giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)

Boston però è un ottimo posto per capire cos’è successo nei dieci anni dopo il voto. I problemi di prima sono rimasti, e anzi se ne sono aggiunti di nuovi, in parte causati proprio da Brexit. Eppure a Boston non sembrano covare rimpianti per come è andato il referendum. E anzi, il partito populista ed euroscettico di Nigel Farage qui è egemone.