Domenica mattina Donald Trump ha scritto su Truth Social che Keir Starmer si sarebbe dimesso. Il primo ministro britannico non aveva confermato nulla, anche se i media britannici riportavano con certezza ciò che in effetti sarebbe accaduto 24 ore più tardi. Il tempismo – due giorni prima del decennale del referendum che il 23 giugno 2016 aprì la strada alla Brexit – è involontario, ma difficilmente potrebbe essere più eloquente. È un confine che nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai valicato: preannunciare le dimissioni del governo dell’alleato più stretto. Pochi giorni prima J. D. Vance aveva equiparato il Regno Unito a Israele come «buon partner», dimenticando come la condivisione d’intelligence tra Washington e Londra non abbia equivalenti nel mondo, nemmeno con Gerusalemme, grazie anche (ma non soltanto) all’alleanza di condivisione di intelligence Five Eyes, che riunisce Australia, Canada e Nuova Zelanda, oltre a Regno Unito e Stati Uniti.

I due episodi fotografano uno dei due nervi scoperti dell’intelligence britannica a un decennio dalla Brexit: il rapporto con gli Stati Uniti. L’altro nervo è la sponda europea: lì il problema non è di retorica, ma di accesso concreto alle banche dati che ogni sistema di sicurezza moderno considera il suo sistema nervoso.