Ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Stretto di Hormuz libero. Stop alle sanzioni sul petrolio per due mesi. Canali di comunicazioni per evitare escalation. Per JD Vance, «sono state 36 ore molto produttive». Poche parole che confermano come il vicepresidente degli Stati Uniti non abbia alcun desiderio di essere ritenuto il responsabile di un negoziato fallimentare con l’Iran. Ma il presidente americano Donald Trump avvisa Teheran: «Se l’Iran non rispetterà l’accordo o non si comporterà come dovrebbe, farò ciò che devo fare».

La partita non è finita. E ne sono consapevoli tanto a Teheran quanto a Washington. Una parte delle delegazioni è rimasta sul posto per proseguire nei colloqui. I tecnici devono discutere di diversi aspetti del negoziato, tra il controllo di Hormuz al programma nucleare iraniano fino al nodo degli asset congelati e delle sanzioni. Intanto, però, i protagonisti delle trattative possono dire di avere superato alcuni primi step in vista dell’accordo finale. Su tutti, quello su cui Trump ha voluto porre l’accento riguarda i controlli ai siti del programma atomico di Teheran. «Sono tutti assolutamente consapevoli che l'Iran acconsentirà ad avere importanti ispezioni sugli armamenti per assicurarne la “onestà nucleare” nel futuro a lungo termine», ha affermato il presidente americano sul social Truth.PROCEDURE Meno netto il pensiero della Repubblica islamica. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha spiegato che tutto i rapporti con l'Aiea sono «in conformità con le procedure esistenti». Ma per gli Usa, il via libera alle ispezioni non è affatto un “pro forma”. Di fatto, il monitoraggio dell’agenzia è fermo dal giugno del 2025, dopo i bombardamenti americani e israeliani. E riuscire a mappare e controllare i vari siti rientra in una partita estremamente complessa, che riguarda anche il destino delle scorte di uranio arricchito. Quelle scorte che sono state oggetto di un incontro tra esperti Usa avvenuto nelle scorse settimane.Per la Casa Bianca, si tratta di un aspetto fondamentale. Questo, come la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. E non a caso sono stati legati a ciò che invece sta a cuore ai funzionari di Teheran: la fine delle sanzioni. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha approvato una licenza di 60 giorni che autorizza la Repubblica islamica a produrre e vendere petrolio greggio e prodotti petrolchimici e petroliferi. Ad annunciarlo è stato lo stesso segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha confermato lo stop temporaneo alle sanzioni proprio per gli impegni assunti dall’Iran su Hormuz e sull’Aiea. Ma anche sullo stretto, non mancano delle divergenze. Il traffico da e verso il Golfo è ben al di sotto di quello che si registrava prima della guerra. Dopo l’incontro in Svizzera, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno deciso di organizzare un viaggio in Oman per discutere della gestione dello stretto. Mentre nel Golfo Persico, è atteso il segretario di Stato americano Marco Rubio, che inizia oggi il suo tour diplomatico negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Bahrein. I tre Paesi più freddi riguardo all’intesa con Teheran.Dalla Repubblica islamica, invece, a parte è il presidente Masoud Pezeshkian, atteso da una serie di incontri con i leader di uno dei due Paesi mediatori, il Pakistan. L’altro, il Qatar, si sta invece occupando del dossier libanese. Ieri il primo ministro Mohammed Al Thani ha sentito il presidente libanese Joseph Aoun insieme a Vance e il genero di Trump, Jared Kushner. Nei primi colloqui in Svizzera, Iran e Usa hanno deciso di creare con Beirut una «cellula di gestione dei conflitti» per fermare la guerra tra Israele ed Hezbollah. Ma il ministro della Difesa israeliano Israel Katz anche ieri ha ribadito che il suo esercito mantiene «completa libertà d'azione» nel sud del Paese dei cedri. Ma sul punto, Ghalibaf è stato, ancora una volta, cristallino: la sovranità del Libano «troverà una soluzione definitiva in questi colloqui».