Tra il 27 e il 29 maggio, in meno di 72 ore, Torino ha contato quindici blackout di ampia portata che hanno lasciato senza elettricità tra le 80mila e le 120mila persone, colpendo prima il centro, Cit Turin e la Crocetta, poi a macchia di leopardo la precollina e le periferie. Semafori spenti, ascensori bloccati, frigoriferi fermi e condizionatori fuori uso proprio nelle ore più calde della giornata: un copione che i torinesi conoscono perché nel solo mese di giugno dello scorso anno, la città aveva attraversato decine blackout importanti ne giro di due settimane, sempre in coincidenza con le prime grandi ondate di calore.La coincidenza con il meteo è innegabile. Il 28 maggio il ministero della Salute ha diramato i primi bollini rossi della stagione per quattro città: Bologna, Firenze, Roma e Torino. E i blackout da caldo, in quei giorni, non hanno riguardato solo il capoluogo piemontese: anche Roma è rimasta al buio, con piazza di Spagna senza corrente per un'ora e mezza il 25 maggio e il quartiere Sallustiano colpito il 27.Il punto è che a Torino il fenomeno si manifesta con un'intensità e una frequenza che nessun’altra grande città ha eguagliato: quindici blackout in 72 ore, dopo i 45 già contati nel giugno 2025. Ma perché proprio a Torino?Una rete che mostra l’etàLa prima risposta è infrastrutturale. Il sindaco Stefano Lo Russo ha definito la situazione un’emergenza (come del resto era già successo lo scorso anno) e ha puntato il dito contro lo stato delle infrastrutture cittadine: “La rete elettrica di Torino, soprattutto quella di media tensione, è piuttosto vecchia. Negli anni queste infrastrutture sono state lasciate indietro sul piano della manutenzione e oggi, con l’aumento delle temperature e dei consumi elettrici, emergono tutte le criticità”.La rete di distribuzione torinese è gestita da Ireti, società del gruppo Iren, e si estende per circa cinquemila chilometri. Nemmeno i vertici aziendali offrono rassicurazioni a breve termine: l’amministratore delegato di Iren, Gianluca Bufo, ha messo le mani avanti, prevedendo che i blackout non scompariranno nei prossimi sei mesi.Contattata per ricostruire le cause dei guasti, Iren ha confermato il problema di natura tecnica. Il calore, spiegano dall’azienda, non danneggia direttamente i cavi ma ne moltiplica le sollecitazioni. Le ondate di calore arrivano sempre prima, già in tarda primavera, e si concentrano in un periodo, compreso fra maggio e giugno, in cui le giornate sono ormai lunghe e il sole insiste per molte ore. I cavi interrati si scaldano e il tempo, di notte, per smaltire il calore accumulato è poco. Mentre i condizionatori, accesi simultaneamente in case, negozi e uffici, fanno impennare la domanda proprio quando la rete è più affaticata.Il punto di rottura più frequente sono i giunti, gli elementi che collegano un tratto di cavo al successivo e che rappresentano l’anello più debole dell’infrastruttura. Stabilire con certezza l’origine di un guasto, però, è molto difficile: quando salta un giunto non è possibile dire in modo netto se a cedere sia stata la sua vetustà o la sollecitazione termica. Restano i due fattori di fondo che l’azienda indica senza esitazioni: una rete che ha bisogno di ammodernamento e un territorio sempre più esposto a ondate di calore anticipate.Alla domanda se Torino sia stata colpita più di altre città dallo stesso caldo, l’azienda dice di non poter rispondere, poiché manca un’analisi comparativa su scala nazionale, un tipo di studio che semmai competerebbe all’Arera, l’autorità di settore. Il punto è che neanche l’autorità colma quel vuoto: come ricostruisce il Fatto Quotidiano, dal 2016 l’Arera elabora indicatori sulla resilienza delle reti – a partire dall’energia non distribuita – ma non rende pubblici i valori dei singoli operatori, il che rende impossibile un confronto trasparente fra le diverse reti urbane.Sul fronte della preparazione, Iren rivendica un piano consolidato: ogni estate viene attivata una task force che quest’anno conta circa cento tecnici dedicati a individuazione dei guasti, interventi e riparazioni, con la possibilità di ricorrere a gruppi elettrogeni quando la rete non può essere ri-alimentata. La durata media di un fuori servizio, sostiene l’azienda, si aggira sui trenta minuti. È una media che convive però con segnalazioni riportate dalla stampa locale, segnalazioni che parlano di interruzioni ben più lunghe, con punte di 17 ore.Una pista: i conti che premiano gli azionistiNel vuoto lasciato dalla mancanza di dati comparativi si fanno strada le ipotesi. Una delle più circostanziate arriva da un’inchiesta del Fatto Quotidiano, firmata da Nicola Borzi, che individua nella struttura finanziaria del gruppo una possibile chiave di lettura.Secondo quella ricostruzione, Iren gode di ottima salute finanziaria: nel 2025 ha realizzato un utile netto di circa 300 milioni di euro e ne ha distribuiti 180 ai propri azionisti, più dei diretti concorrenti (Acea a Roma, A2A a Milano, Hera a Bologna). Una parte consistente di quei dividendi, quasi 100 milioni, finisce nelle casse dei Comuni soci, e di questi circa 34,6 milioni vanno al solo Comune di Torino.Il rovescio della medaglia, nella lettura di Borzi, emerge quando lo stesso metro si applica alla rete. Nel 2025 il gruppo ha investito circa 125 milioni di euro sull’infrastruttura, ma rapportata al singolo cliente la cifra scende a circa 171 euro: il 39,5 per cento sotto la media del campione di operatori (283 euro) e lontana dai vertici di Alperia (451) e Dolomiti Energia (324). Rendimento ai massimi del comparto, dunque, e investimento per utente fra i più bassi: è da questo scarto che l’ipotesi prende corpo.Sullo stesso terreno si muovono i sindacati, che già nel luglio 2025 avevano scioperato contro una gestione giudicata troppo sbilanciata sulla finanza: troppe risorse ai dividendi, denunciavano, e troppo poche al personale e alla rete, con un ricorso crescente agli appalti esterni che rischia di disperdere le competenze tecniche interne. Sullo sfondo, i compensi dei vertici: circa un milione di euro per l'amministratore delegato Bufo e 841mila per il presidente Luca Dal Fabbro.La risposta di Iren e i suoi limitiL’azienda respinge la lettura che oppone dividendi e investimenti. I dividendi, sostiene, non penalizzano la rete: gli investimenti complessivi del gruppo ammontano a circa 1 miliardo di euro l’anno, e l’impegno sull’infrastruttura andrebbe misurato per chilometro – circa 12.180 euro – un valore che collocherebbe Iren fra i più alti del settore. La scelta del parametro, per utente o per chilometro, restituisce in effetti due fotografie opposte dello stesso bilancio.Sul piano operativo, di fronte alle proteste, Iren e Ireti hanno annunciato l’accelerazione del piano di ammodernamento della rete torinese: oltre 500 milioni di euro di investimenti entro il 2030, destinati a nuove cabine primarie, potenziamento delle linee e sistemi più avanzati di monitoraggio. Nell’ultimo anno, riferisce l’azienda, sono già stati investiti circa 100 milioni di euro con 900 cantieri aperti in città, tra cui la nuova Stazione Nord di trasformazione elettrica inaugurata nell’ex area Michelin.Restano però due ombre. La prima è di metodo: gli interventi più visibili continuano ad arrivare dopo l’emergenza, ed è proprio su questo che a inizio giugno è riesplosa la polemica cittadina. La seconda è temporale: per ammissione degli stessi vertici, l’ammodernamento di una rete di cinquemila chilometri richiede anni. Nelle 72 ore di fine maggio, sostiene Iren, i guasti complessivi sono stati una quindicina, meno dei quarantacinque registrati nello stesso periodo del giugno precedente: un miglioramento reale, ma ancora lontano dal mettere la città al riparo da una stagione che, sul calendario, è appena cominciata.