C’era una volta la stabilità Made in UK. Una qualità del sistema politico britannico, uninominale e sostanzialmente bipartitico, che garantiva governi duraturi e successioni ordinate, per lo più a seguito del voto degli elettori e non per alchimie di palazzo. E pazienza se questo - a guardare bene i dati - era vero soprattutto per i decenni Ottanta e Novanta, tanto bastava per presentare quello inglese come un “modello” da seguire anche qui da noi, in Italia, dove proporzionale e proliferazione di partiti conducevano inevitabilmente a governi deboli e poco longevi.
Come i tempi siano cambiati, è sotto gli occhi di tutti. Con le dimissioni del primo ministro laburista Keir Starmer il Regno Unito, sempre uninominale e bipartitico, si ritrova ad avere cambiato in otto anni ben cinque inquilini del numero 10 di Downing Street ed altrettanti governi, escludendo il prossimo che sarebbe il sesto. Numeri in linea con la confusionaria politica tricolore della Prima Repubblica.
I cinque sfortunati - nell’ordine: Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer, quattro conservatori e un laburista - hanno soggiornato nella dimora del primo ministro dal 2016 al 2024. Tradotto in giorni, significa un tempo complessivamente inferiore a quello toccato a Tony Blair: 3.634 tutti insieme, contro i 3.707 del politico che tra la fine degli anni ‘90 e il primo decennio del nuovo millennio aveva rilanciato la sinistra britannica dopo il regno conservatore di Margaret Thatcher e John Major.












