Dieci anni, sei primi ministri e un’economia che non ha mai davvero ritrovato la rotta. Dalla vittoria del referendum del 23 giugno 2016, il Regno Unito ha cambiato leader con una frequenza quasi italiana: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer. Una successione che racconta quanto Brexit abbia destabilizzato la politica britannica. Ma la stessa instabilità, in forme meno appariscenti, ha attraversato anche l’economia. Non con il crollo improvviso previsto da alcuni sostenitori del Remain, bensì con un lento logoramento della crescita che oggi emerge con sempre maggiore chiarezza.
Negli ultimi anni numerosi studi hanno cercato di rispondere alla stessa domanda: quale impatto ha avuto Brexit sull’economia britannica? Pur con approcci diversi, molti sono arrivati a conclusioni simili utilizzando il cosiddetto metodo del controllo sintetico. L’ultimo è quello dell’economista Nicholas Bloom e dei suoi coautori. L’idea è costruire un “Regno Unito alternativo”, composto da una combinazione di economie avanzate (pesate per le loro dimensioni nel grafico di questo commentary) – i 27 Stati membri dell’Unione europea, Stati Uniti, Canada, Giappone, Islanda, Norvegia e Svizzera – che fino al 2016 avevano seguito un percorso molto simile a quello britannico. Fino al referendum le due traiettorie quasi coincidono. Poi iniziano lentamente a divergere. Risultato? Nel 2025 l’economia britannica risulta almeno il 6% circa più piccola rispetto allo scenario controfattuale. E lo stesso studio rileva effetti negativi su produttività, occupazione e investimenti. Brexit non ha provocato una recessione immediata. Ha piuttosto agito come un freno permanente. Una crescita un po’ più lenta ogni anno, investimenti rinviati, commercio meno dinamico. Sommati per quasi un decennio, questi effetti producono una distanza ormai evidente.











