Il referendum su Brexit, approvato il 23 giugno di dieci anni fa, è stato il singolo evento contemporaneo con le conseguenze più profonde sulla politica britannica: dopo quel voto, non è stata più la stessa.

Brexit ha completamente cambiato il programma politico e l’elettorato dei Conservatori, il partito egemone per buona parte del Novecento, e in parte anche quello dei Laburisti. Ha anche interrotto lo storico duopolio di questi partiti, portando a un’instabilità che secondo alcuni ha creato le condizioni per l’aumento di consensi del partito di Nigel Farage, uno dei più sfegatati e spregiudicati sostenitori di Brexit, che per molti è il favorito a vincere le prossime elezioni.

Il referendum ha anche accelerato una serie di sviluppi già in corso, e il modo raffazzonato in cui l’uscita dall’Unione Europea è stata gestita, e infine realizzata nel 2020 dopo estenuanti trattative, ne ha prodotti altri, in una specie di reazione a catena.

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Partiamo dai Conservatori. Sono stati sia il partito che ha indetto il referendum, sotto il governo di David Cameron, sia quello che ha gestito materialmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Il caos che ne è seguito li ha penalizzati in termini elettorali: a differenza di Farage, che aveva schiacciato tutta la carriera sulla richiesta di uscire dall’Unione ma non l’ha dovuta gestire, non essendo al governo. Farage insomma può sostenere che Brexit sia andata male perché non l’ha gestita lui.