Sei premier (tra poco sette) dal 2016, un'economia più lenta del previsto e la migrazione ai massimi storici: a un decennio dal voto, la maggioranza dei britannici considera l'addio un errore. Ma il “Bregret” non è voglia di rientro, solo di riavvicinamentoSei premier (tra poco sette) dal 2016, un'economia più lenta del previsto e la migrazione ai massimi storici: a un decennio dal voto, la maggioranza dei britannici considera l'addio un errore. Ma il “Bregret” non è voglia di rientro, solo di riavvicinamentoL’hanno chiamata “Bregret”, la risacca più lunga della Manica. A dieci anni dal voto che ha deciso l’uscita del Regno Unito dall’Europa, il 23 giugno 2016, la Brexit è diventata per molti un “regret”: un rimpianto. E soprattutto, nella sua messa in opera si anniderebbero tante delle micce che hanno portato alla futura instabilità, culminata - per ora - con le dimissioni di Keir Starmer. Eppure i due uomini che più di tutti ne hanno segnato il corso la vivono in modo opposto. David Cameron, che indisse il voto e si dimise il mattino dopo la sconfitta del fronte del Remain, ha ripetuto negli anni di non rimpiangere la scelta di chiamare il referendum, che riteneva inevitabile, ma di essere “davvero dispiaciuto” per le divisioni che ne sono seguite, ammettendo che il suo errore più grande fu alimentare aspettative eccessive sulla rinegoziazione con Bruxelles. Nigel Farage, riconosciuto come l'architetto della Brexit, non ha mai rinnegato l'uscita: già nel 2023 arrivò però a dichiarare alla Bbc che “la Brexit ha fallito”, per poi addossare la colpa ai politici britannici che “hanno gestito tutto in modo totalmente sbagliato” e non hanno mantenuto le promesse sulle frontiere. Da allora ha trasformato quel rancore in consenso: oggi guida Reform Uk, primo nei sondaggi nazionali da oltre un anno, dopo aver spostato la propria battaglia dall'Europa all'immigrazione, con piani di espulsioni di massa e l'uscita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.Brexit, i sondaggi nel Regno Unito e il rimpiantoSecondo YouGov, a giugno 2026 il 57% dei britannici ritiene che lasciare l'Ue sia stato un errore, contro il 30% che lo giudica la scelta giusta, e dal luglio 2022 chi rimpiange la Brexit è stabilmente sopra la metà. Il 61% la considera più un fallimento che un successo: tra i responsabili indicati svettano i conservatori e Boris Johnson, seguiti da Theresa May, Rishi Sunak e dallo stesso Farage. Lo studio Ipsos-King's College fotografa lo slittamento anche su chi chiamò il Paese alle urne: oggi appena il 43% pensa che Cameron fece bene a indire il referendum, contro il 66% del 2016.Attenzione, però, a leggere il “Bregret” come voglia di rientrare. Il sostegno al ritorno nell'Unione si aggira intorno alla metà, ma l'opzione più popolare resta una relazione più stretta senza riaderire, e la frattura generazionale - e di campo - è profonda, visto che la maggioranza degli elettori di Reform UK resta convinta della legittimità dell’uscita.L'instabilità del Regno Unito: sette premier in dieci anniL’instabilità interna, agli occhi del mondo, è il segno più vistoso di un decennio caratterizzato da pochi “sali” e tanti “scendi”. Dal voto del 2016 si sono avvicendati sei primi ministri (Cameron, May, Johnson, Liz Truss, Sunak e Starmer). E il settimo è già in arrivo: proprio il 22 giugno, alla vigilia dell'anniversario, il premier ha annunciato le dimissioni da leader laburista, travolto dall'impopolarità, dal caro vita e dalla rivolta del suo partito dopo il ritorno in Parlamento del rivale Andy Burnham, oggi favorito per succedergli. Meno di due anni dopo la vittoria schiacciante del 2024, il governo laburista arretra mentre Reform Uk guida i sondaggi e i Verdi avanzano: il referendum, indetto da Cameron nel 2013 per arginare l'Ukip e domare i propri ribelli, ha finito per erodere i due partiti tradizionali e spostare l’asse centrale del Paese verso la destra populista.la brexit vista dalla retromarcia economicaIl giudizio degli analisti si fa più spietato sul terreno economico. La conclusione condivisa è che la Brexit abbia reso il Paese più piccolo di quanto sarebbe stato: l'Office for Budget Responsibility stima una perdita di produttività di lungo periodo intorno al 4%, le esportazioni di beni risultano circa il 10-15% più basse del previsto e il think tank Niesr colloca il danno complessivo al Pil tra il 4 e il 10%. Restano però calcoli controfattuali. Il temuto esodo della City non si è materializzato, con circa 7.000 posti delocalizzati invece delle centinaia di migliaia paventate. Londra è ancora al vertice della finanza globale e la promessa di liberarsi dei vincoli europei è rimasta in gran parte sulla carta, perché divergere dalle regole di Bruxelles, più che far risparmiare, aggiunge costi al commercio. Va detto, a onor del vero, che la Brexit non basta a far luce su tutte le ragioni: anche la pandemia e la guerra in Ucraina hanno pesato sulle difficoltà del Paese.Le strette sui migrantiIl fantasma migratorio gravitava attorno alla promessa di “riprendere il controllo”, ma anche su quest’orbita rimangono i paradossi. Prima della Brexit, il Regno Unito era considerato tra i Paesi europei più aperti: nel 2004 fu uno dei soli tre Stati, con Irlanda e Svezia, a spalancare subito il proprio mercato del lavoro ai cittadini dei nuovi membri dell'Est, mentre dodici dei quindici Paesi dell'Europa occidentale imponevano restrizioni. Londra prevedeva al massimo 13mila arrivi l'anno e ne accolse oltre venti volte tanti. Dieci anni dopo l'uscita, quello stesso Paese ha visto la migrazione netta toccare il record di 944mila persone da marzo 2022 a 2023, ben oltre i livelli pre-Brexit. E la mappa migratoria va adesso guardata sottosopra: sono crollati gli europei e saliti gli arrivi da fuori dall'Unione. Sul piano legislativo, poi, un susseguirsi di strette: il piano Ruanda dei conservatori - poi cancellato da Starmer -, costato 700 milioni di sterline per espellere quattro volontari; l'Illegal Migration Act, bollato come “divieto d’asilo"; il nuovo regime di protezione “temporanea” introdotto dai laburisti, che allontana per i nuovi arrivati la prospettiva dell'insediamento stabile. Le traversate della Manica, intanto, restano alte: sono oltre 36mila gli arrivi nell'ultimo anno. Decine, invece, quelli che laggiù in mare ci restano. E ci muoiono.Il bando del gruppo Palestine actionIronia della sorte, proprio il governo Starmer, che da avvocato, nel 2003, difese manifestanti entrati in una base della Raf contro la guerra in Iraq, ha spinto ancora più in là il giro di vite migratorio, fino a condannare lo stesso dissenso. Il 20 giugno 2025 alcuni attivisti del gruppo di protesta filo-palestinese Palestine Action erano entrati nella base aerea di Brize Norton, avevano spruzzato vernice rossa nelle turbine di due aerei rifornitori e causato danni stimati in 7 milioni di sterline. Da qui, il Parlamento ha messo al bando l'organizzazione come “gruppo terroristico” sotto il Terrorism Act del 2000. Essere membri o anche solo sostenere il gruppo, per esempio indossando una maglietta con il suo nome, è diventato reato, con pene fino a 14 anni di carcere: una soglia che equipara di fatto un movimento di protesta interno ad Al Qaeda e all'Isis. Nei tre mesi successivi al divieto si sono registrati oltre 1.600 arresti, mentre i cinque attivisti di Brize Norton, accusati anche in base alla legge sulla sicurezza nazionale, si sono dichiarati non colpevoli e hanno condotto lunghi scioperi della fame in cella. Il gruppo ha vinto il ricorso all'Alta corte di Londra, che l'ha ritenuta una misura "sproporzionata". In un processo collegato a un'altra azione del gruppo, nel giugno 2026 altri quattro militanti sono stati condannati a oltre vent'anni complessivi. Gruppi per le libertà civili, esperti dell'Onu e centinaia di avvocati hanno denunciato una misura che “confonde la protesta con il terrorismo”.Intanto, con l’avvicinamento al decennale, Londra ha provato a riavvicinarsi via via all'Europa. Il 19 maggio 2025 si è tenuto il primo vertice Ue-Regno Unito dall'uscita: ne sono usciti un patto di sicurezza e difesa, l'estensione fino al 2038 dell'accesso dei pescherecci europei alle acque britanniche, l'uso di più “eGate” negli aeroporti del continente e l'avvio di negoziati su un accordo sanitario per ridurre i controlli. I paletti restano però invalicabili: niente mercato unico, unione doganale e Corte di giustizia europea. L’impatto economico atteso è modesto, intanto i conservatori e Farage denunciano quella che per loro sarebbe una sorta di “resa” a Bruxelles. Anche i giovani hanno messo la retro: uscito dall'Erasmus nel 2020 per decisione di Johnson e sostituito dal più incerto Turing Scheme - con le iscrizioni di studenti europei dimezzate dopo la perdita delle rette agevolate -, il Regno Unito ha annunciato che rientrerà nel programma di scambio universitario dal 2027. Dieci anni dopo, il Paese che aveva votato per isolarsi sempre più Oltremanica sembra voler tornare un po' più vicino all’Europa, seppur remi nel suo stesso riflusso.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp