Milano, 22 giu. (askanews) – Il rosé è certamente il vino più frainteso, considerato una via di mezzo tra bianco e rosso, a cui ricorrere quando non si sa cosa abbinare ad un piatto, giudicato per il colore e una finalità banalmente gastronomica invece che per il pensiero che lo genera. Questo perché storicamente il rosato si è prodotto come soluzione di cantina per salvare le uve rosse meno pregiate, spesso pensato per il pubblico femminile, in un’idea stereotipata molto maschile che vuole il gusto delle donne associato a vini delicati e leggeri. In realtà, quando nasce da una viticoltura dedicata e fortemente territoriale, il rosé si rivela per quello che è: un complesso lavoro sulla luminosità, sulla misura e sulla sensibilità che richiede grande perizia e visione interpretativa, trovando un equilibrio ‘al rialzo’, che unisca leggerezza di beva e profondità di sfumature.
Il vino, considerato ‘facile’, è al contrario tra i più complessi da produrre. Un vino prima di tutto tecnico che deve saper emozionare giocando sulla grazia, su una sensualità discreta che non si può ottenere senza un terroir adatto e capacità agronomiche ed enologiche conclamate. Ecco allora una zona storicamente d’elezione per il rosato come la Valtènesi e un produttore che è da anni un punto di riferimento come Mattia Vezzola, l’interprete più capace e influente attraverso la sua Costaripa di Moniga del Garda, comune del bresciano dove la sua famiglia produce vino dal 1928. Enologo di Bellavista per quattro decenni, questo vignaiolo classe 1951 ha imparato non solo a dare un’anima al rosé ma a lavorare anche sulla maturità. Ha imparato a lavorare anche sulla misura cronologica, intesa come ulteriore forma di verità: quella di un vitigno che, messo nelle giuste condizioni, vola oltre i cliché e tiene insieme negli anni un equilibrio di freschezza, sapidità, tensione e finezza del profilo.






