Caro direttore, ce l’hanno messa tutta, Trump e Meloni, per richiamare l’attenzione su di sé, sui caratteri, sulle personalità, sugli umori, sull’intimità, su quanto di personalissimo governa i destini dei loro paesi, di loro stessi e delle loro mutevoli relazioni. C’erano l’offesa, l’orgoglio, la sfida, il rinfaccio, il fraintendimento, tutta quella gamma di umane caratterialità che affiorano da un litigio – che esso si svolga sulla pubblica piazza o si affidi alla piazza virtuale dei social. In un caso e nell’altro chiamando a raccolta mezzo mondo perché assista e possibilmente faccia il tifo. Questo sfoggio di personalità, belle o brutte che siano, vorrebbe a suo modo cercare di rassicurare. Sulla potenza della leadership, sulla determinazione dei suoi tenutari. È come se il litigio fosse l’altra faccia della medaglia di tutti quei sorrisi, quelle strette di mano, quei baci e abbracci di cui gli stessi signori di cui sopra, e molti altri ancora, fanno sfoggio mettendosi in posa ogni volta che c’è un vertice, un summit, uno dei tanti eventi (si fa per dire) in cui si trovano a tu per tu. Il selfie diventa così il complemento del negoziato. Qualche volta, addirittura la posta in palio. Solitamente si chiamano in causa le ragioni della scenografia. Cioè della modernità, della trasparenza. E se vogliamo perfino quelle della buona disposizione d’animo. Si abbracciano e si baciano a profusione per dar l’idea che tutto va bene, le persone si amano, le divergenze si smussano, i conflitti si tengono sotto controllo e così via. In questo modo però, non appena un refolo di vento scompagina il racconto, le cose si presentano d’un tratto sotto il segno della menzogna. E per una inesorabile legge del contrappasso la finta armonia cede il passo alla vera contesa. E anche, in questo caso, a certe sue esagerazioni. Alla fine ci troviamo così alle prese con due opposte recite, che finiscono per intrecciarsi involontariamente. Quella di effusioni plateali e platealmente di circostanza. E quella, fortunatamente più rara, di duelli che spezzano l’idillio e fanno accendere i fari delle opposte tifoserie. Nel volgere di poche ore si passa da un registro all’altro, lasciando il pubblico (in certi casi, tutto il mondo) nel dubbio su quale sia il retroscena più vero di una scena così evidentemente falsa. Ora, non vorrei entrare più di tanto nel cuore della disputa tra Trump e Meloni. A suo tempo Hegel avvisava sul fatto che le grandi tragedie della storia nascono dallo scontro tra due ragioni. In questo caso sono piuttosto i torti che occupano la scena. Anche se il torto di Trump è davvero sesquipedale. Mentre il torto di Meloni risale piuttosto indietro nel tempo, quando la nostra premier non era così – doverosamente - severa nei confronti di quella prepotenza trumpiana che ora invece le appare – finalmente - insopportabile. Quello che piuttosto verrebbe da auspicare è che tutto questo teatrino, tanto più quando le cose si fanno gravi e serie, lasciasse il posto a una diplomazia meno personale, meno spettacolare, meno umorale e capricciosa. E che dunque i capi di Stato e di governo, nel loro periodico radunarsi e dichiarare, tenessero conto che il loro compito non è tanto quello di dare spettacolo ma semmai quello di (cercare di) risolvere problemi. Quei problemi la cui serietà e gravità richiederebbe appunto un approccio più discreto e una doverosa attenzione alle sfumature. Nessuno reclama un ritorno alla diplomazia ottocentesca, racchiusa nel guscio dei suoi arcani, è ovvio. Si vorrebbe solo quel tanto di accortezza e discrezione dovute alla difficoltà della politica globale. Virtù a buon mercato che offrirebbero infine ai suoi protagonisti il confortevole vantaggio di non trovarsi alle prese con l’imbarazzo che nasce non appena la enfatica dichiarazione di qualche giorno prima viene a stridere così clamorosamente con l’opposta, e altrettanto enfatica, dichiarazione che si sta per rilasciare non appena le telecamere si riaccenderanno. Quando gli umori si riveleranno capovolti a testa in giù.
Così la diplomazia si trasforma in show
Caro direttore, ce l’hanno messa tutta, Trump e Meloni, per richiamare l’attenzione su di sé, sui caratteri, sulle personalità, sugli umori, sull’intimità, su quanto di personalissimo governa i destini dei loro paesi, di loro stessi e delle loro mutevoli relazioni. C’erano l’offesa, l’orgoglio, la sfida, il rinfaccio, il fraintendimento, tutta quella gamma di umane caratterialità che affiorano da un litigio – che esso si svolga sulla pubblica piazza o si affidi alla piazza virtuale dei social. In un caso e nell’altro chiamando a raccolta mezzo mondo perché assista e possibilmente faccia il tifo. Questo sfoggio di personalità, belle o brutte che siano, vorrebbe a suo modo cercare di rassicurare. Sulla potenza della leadership, sulla determinazione dei suoi tenutari. È come se il litigio fosse l’altra faccia della medaglia di tutti quei sorrisi, quelle strette di mano, quei baci e abbracci di cui gli stessi signori di cui sopra, e molti altri ancora, fanno sfoggio mettendosi in posa ogni volta che c’è un vertice, un summit, uno dei tanti eventi (si fa per dire) in cui si trovano a tu per tu. Il selfie diventa così il complemento del negoziato. Qualche volta, addirittura la posta in palio. Solitamente si chiamano in causa le ragioni della scenografia. Cioè della modernità, della trasparenza. E se vogliamo perfino quelle della buona disposizione d’animo. Si abbracciano e si baciano a profusione per dar l’idea che tutto va bene, le persone si amano, le divergenze si smussano, i conflitti si tengono sotto controllo e così via. In questo modo però, non appena un refolo di vento scompagina il racconto, le cose si presentano d’un tratto sotto il segno della menzogna. E per una inesorabile legge del contrappasso la finta armonia cede il passo alla vera contesa. E anche, in questo caso, a certe sue esagerazioni. Alla fine ci troviamo così alle prese con due opposte recite, che finiscono per intrecciarsi involontariamente. Quella di effusioni plateali e platealmente di circostanza. E quella, fortunatamente più rara, di duelli che spezzano l’idillio e fanno accendere i fari delle opposte tifoserie. Nel volgere di poche ore si passa da un registro all’altro, lasciando il pubblico (in certi casi, tutto il mondo) nel dubbio su quale sia il retroscena più vero di una scena così evidentemente falsa. Ora, non vorrei entrare più di tanto nel cuore della disputa tra Trump e Meloni. A suo tempo Hegel avvisava sul fatto che le grandi tragedie della storia nascono dallo scontro tra due ragioni. In questo caso sono piuttosto i torti che occupano la scena. Anche se il torto di Trump è davvero sesquipedale. Mentre il torto di Meloni risale piuttosto indietro nel tempo, quando la nostra premier non era così – doverosamente - severa nei confronti di quella prepotenza trumpiana che ora invece le appare – finalmente - insopportabile. Quello che piuttosto verrebbe da auspicare è che tutto questo teatrino, tanto più quando le cose si fanno gravi e serie, lasciasse il posto a una diplomazia meno personale, meno spettacolare, meno umorale e capricciosa. E che dunque i capi di Stato e di governo, nel loro periodico radunarsi e dichiarare, tenessero conto che il loro compito non è tanto quello di dare spettacolo ma semmai quello di (cercare di) risolvere problemi. Quei problemi la cui serietà e gravità richiederebbe appunto un approccio più discreto e una doverosa attenzione alle sfumature. Nessuno reclama un ritorno alla diplomazia ottocentesca, racchiusa nel guscio dei suoi arcani, è ovvio. Si vorrebbe solo quel tanto di accortezza e discrezione dovute alla difficoltà della politica globale. Virtù a buon mercato che offrirebbero infine ai suoi protagonisti il confortevole vantaggio di non trovarsi alle prese con l’imbarazzo che nasce non appena la enfatica dichiarazione di qualche giorno prima viene a stridere così clamorosamente con l’opposta, e altrettanto enfatica, dichiarazione che si sta per rilasciare non appena le telecamere si riaccenderanno. Quando gli umori si riveleranno capovolti a testa in giù.
Trump e Meloni hanno trasformato la diplomazia in spettacolo personale, alternando effusioni plateali e litigi basati su umori. La gravità della politica globale richiederebbe invece discrezione e focalizzazione sui problemi, non drammatizzazione degli umori dei leader.












