La diplomazia ha i suoi codici e i suoi artifici: Donald Trump li infrange sistematicamente tutti. Su quel particolare palcoscenico che sono i vertici internazionali tra i leader ci sono delle regole: si sorride a favore di telecamera, ci sono conversazioni private i cui contenuti non vanno svelati, c’è tanta retorica («ottimi rapporti», «sono molto soddisfatta»), e una buona dose di ipocrisia messa in scena. Le fotografie sono una parte fondamentale di questo spettacolo. Quelle di gruppo, e quelle che invece immortalano come un ritaglio un confronto tra due leader, colgono le espressioni dei volti e la loro spontaneità, a volte sapientemente costruita. Il fotografo dei leader si aggira, durante le pause dei lavori, ben posizionato, nei saloni dei vertici o nei giardini, pronto a scattare al momento giusto.

Per questo è interessante capire cosa c’è dietro l’immagine incriminata di Giorgia Meloni e Donald Trump seduti su un divanetto al termine del G7 di Evian, e perché il presidente americano ha detto quello che ha detto, e cioè che la premier lo ha «implorato» di fare una foto con lei, che se la voleva risparmiare ma che gli «ha fatto pena», a tal punto da aver ceduto. Noi eravamo là, nella località turistica francese al confine con la Svizzera che si affaccia sul lago Lemano, e lungo i tre giorni del vertice abbiamo intuito, come anche altri colleghi, che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Le versioni fornite sui primi brevi scambi a margine tra Meloni e Trump, appena arrivati all’Hotel Royal, apparivano confuse e divergenti: «Hanno riso e scherzato», «No, si sono chiariti. Gli argomenti sono seri». La premier sapeva che, da subito, l’attenzione si sarebbe concentrata sui suoi rapporti con il tycoon, su come sarebbe stato il primo contatto, e su come sarebbe apparsa lei. Più dura? Più accomodante? Ancora offesa? Pronta a ricucire dopo mesi di gelo? E sapeva che ogni sfumatura sarebbe stata usata contro di lei dall’opposizione che ancora la considera «troppo subalterna» a Trump.